giovedì 15 marzo 2012

Il bucaneve nero

Quando i 31 giovani sono arrivati a Forno di Coazze, sono stati accolti da tanta gente, qualche muso lungo (tra i pochi abitanti) e qualche lenzuolo (subito ritirato e sconfessato). Le poche persone che vivono in borgata Ferria, sono vecchie e sole. Noi avevamo scommesso che presto i loro musi lunghi e contratti, si sarebbero sciolti in un sorriso: tanta gioventù, in un posto desolato, non poteva che fare bene. Ora questo sta avvenendo. La scorsa settimana, La Casa dei Popoli, è stata su dai nostri amici più volte, lassù serve di tutto e noi raccogliamo quello che possiamo tra la brava gente dei paesi qui intorno. I primi giorni abbiamo visto che i musoni degli indigeni erano rivolti anche a noi. La gente di montagna non è portata a grandi effusioni, il clima rigido per gran parte dell’anno li costringe a vivere in casa isolati. Qui poi, è ancora viva la paura ed il ricordo. Qualsiasi rumore di scarpe non riconosciuto familiare, in questo posto, come altrove in Europa, ha portato lutti e disastri. Gli spari dei tedeschi hanno mietuto vittime a non finire e non bastano 70 anni a cancellarne gli echi, i partigiani morti vengono commemorati e ricordati ogni giorno dagli abitanti. Le persone sono schive e non danno facilmente confidenza. Già una domanda rivolta in italiano viene accolta con diffidenza, figuratevi l’inglese o il francese/africano pronunciato dai temibili “uomini neri” finalmente arrivati dopo tante minacce genitoriali. Quello che perà mi ha fatto capire che il ghiaccio si sta sciogliendo, è stata una scenetta alla quale ho assistito venerdì pomeriggio. Avevamo ormai rinunciato a piazzare la parabola televisiva, riottosa a catturare uno benché sottile filo del segnale dal satellite ( che pare nascosto dalle cime dei monti) per un televisore, che La Casa dei Popoli ha portato su per far sentire meno isolate queste persone e, risaliti in macchina, stavamo tornando verso Giaveno. Dalla curva del Bar della borgata, stava risalendo una vecchina quasi piegata in due da una vita dove le camminate si fanno sempre in salita. Questa signora aveva portato il suo cane, tozzo e grintoso, a fare la passeggiata pomeridiana. Al suo fianco camminava il bambino africano, unico piccolo (11 anni) tra tanti adulti. Le stava chiedendo di fargli fare amicizia col cane, lo voleva portare lui. la vecchietta non comprende il suo linguaggio e lui non sa ancora una parola di italiano che comunque servirebbe a poco col dialetto parlato dalla nonna piemontese. La donna cercava di scacciare la mano del piccolo che però continuava a cercare l’asola del guinzaglio, tenuto saldamente tra le dita grinzose della donna. la sua insistenza era dolce, non invasiva, ma costante, senza resa. La signora lo scacciava come infastidita da una mosca, diceva chi il suo cane era cattivo “…come me…questo ti morde…” ma il piccolo nero, quasi invisibile all’ombra scura dei faggi che ammantavano la stradina in salita, continuava con il suo indice magro, a cercare la maniglia del guinzaglio. Ad un certo punto riuscì ad infilare il dito, e la donna allentò la presa (chissà se arresa o se per il contatto col nero?). Il ragazzino infilò tutta la sua mano e lei lasciò il guinzaglio. Il bimbo nero guidava il cane che non accennava a nessuna reazione. La vecchia stava dicendo ora “…questo conosce tutti i posti della montagna, qui intorno. Se ti perdi, lui ti riporta a casa….” Quella giovane vita, nata in un posto tanto lontano e differente da qui, sta sbocciando come un bucaneve in questa montagna alpina.


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Proprio quando il soffione esplode in mille pezzetti e sembra morire, il pappo vola lontano a fecondare nuova vita.

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