mercoledì 28 novembre 2018

Con molto trasporto...

Con molto trasporto Quando negli anni 60/70 del secolo scorso, il paese si dissanguava del 20% della sua popolazione a causa della migrazione interna ed esterna, un giovane camionista trovò il modo di far diventare, quello sfilacciamento tra il paese e coloro che partivano, un lavoro. Il grosso dei compaesani migrati si erano stabiliti in gran numero in due città del nord industrializzato: Milano e Torino e proprio in questi due centri, nel 1972, iniziò il nuovo lavoro per Ustìn Maiellaro. Cominciò a spargere la voce nel paese che lui, col suo camioncino (un Fiat 50) avrebbe viaggiato dal paese alla volta del nord, per recapitare pacchi e qualsiasi altra cosa a chi da lontano voleva i prodotti della propria terra. Non era facile allora fare dei viaggi così lunghi con dei mezzi così lenti e poco agevoli come i vecchi camion che circolavano nel nostro paese...ma per un camionista, finito il raccolto delle barbabietole in estate non c’era più molto da fare in paese e quelli che avevano il cuore da mettersi su una strada lunga mille chilometri e senza autostrada fino a Pescara, non erano in molti. Ustìn fu per me e quelli che come me erano partiti, l'unico collegamento con il paese. Eravamo in tanti ad essere partiti; dalla metà degli anni ‘50 fino al ‘70, in paese erano partite circa duemila persone sui circa 6800 residenti. Il lavoro che il camionista si era messo a fare non era né facile, né leggero, tutt’altro. Probabilmente neppure il guadagno era granchè per la fatica, i rischi ed i problemi che questo comportava e trascinava con sé sul pover’uomo. Per poter completare un carico dal paese sarebbe stato costretto ad un lungo periodo di raccoglimento di pacchi, pacchetti, scatoloni, damigiane e contenitori vari, il rischio di rotture dei contenitori di vetro era grosso e la perdita di liquidi avrebbe reso problematico il viaggio, potuto guastare altri prodotti e messo in cattiva luce i rapporti con chi spediva, con chi aspettava di ricevere e costretto lui a grandi fatiche che rischiavano di non essere ripagate. Il camion, costruito per trasporti locali edili, industriali o con l’agricoltura, non offriva affatto comodità o confort per viaggi così lunghi. Rumoroso e senza isolamenti termici, pesante per la guida e lento, richiedeva molta resistenza e una certa disperazione per buttarsi sulla strada in andate e ritorni, che io immagino alquanti avventurosi. Non c’era alle spalle una gran conoscenza del tragitto, di punti di sicurezza o di supporto in caso di necessità (officine in caso di bisogno, supporti di aiuto in caso di necessità) Non esistevano telefoni portatili o altri ausili per contattare qualcuno, se gli si rompeva il camion, doveva solo sperare che questo avvenisse in un centro abitato. In quei tempi l’unico collegamento possibile sui camion era possedere un buon “baracchino” una radio ricetrasmittente, per chiedere aiuto ad altri camionisti. Bisogna tener presente che un camion carico di olio e vino, pacchi di ogni genere, non si può lasciare incustodito neppure per un minuto, immagino quindi che Ustin si legasse al suo camion piuttosto che lasciarlo anche solo per poco. ma poi penso a quante richieste da coloro che dovevano spedire dal paese, quante volte gli avranno chiesto “ quando parti? Quando mi costa? Quando arrivi lassù?” Quante raccomandazioni, saluti da portare e un intreccio di rapporti e di quelle che oggi diremmo “pubblic relation” con l’intero paese e poi, alla fine, quando arrivava il giorno della partenza...una responsabilità ed una fatica che premeva solo sulle spalle del nostro amico e compaesano. Rimaneva solo con la sua fatica, con le sue preoccupazioni, temo anche con le sue paure e quelle di una moglie che lo vedeva andar via e che avrebbe pregato tutto il calendario dei santi affinché proteggessero il suo uomo. Una volta lasciato il paese, Ustìn ed il suo camion entrava in un limbo sconosciuto a coloro che gli avevano affidato i loro pacchi o le loro damigiane. Avrebbero saputo che stava bene solo quando i parenti lontani, avrebbero telefonato per dire che l’olio era arrivato, che il vino era buono e ringraziavano per il caciocavallo di Cordalenta e per il fastidio preso. Questo era il lavoro di un uomo che per non emigrare dalla sua terra e dal suo paese, si era costretto ad un lavoro duro e rischioso e a lasciarlo per guadagnarsi la possibilità di riprenderlo ad ogni suo ritorno. Questo era quello che avveniva al paese però, ma cosa faceva Ustìn in realtà? Certo se un pensa che uno spedisce vino e l’altro riceve vino, si direbbe che Ustìno altro non poteva fare che trasportare vino, ma la cosa non è proprio così. Me ne sono accorto solo ora, dopo l’ultimo viaggio di Antonio, il figlio di Ustìn che ne ha rilevato il Camion (oggi più grande e con qualche comodità in più) e con il camion il lavoro, compresa la fatica e i rischi. Antonio condivide il viaggio ed il lavoro con la dolcissima moglie Antonella, che lo accompagna e che gli rende il lavoro ed il viaggio, sicuramente più confortevole e sereno. Mi sono accorto che durante le fasi di carico e scarico, a casa di una nostra compaesana ( riceveva l’olio del suo oliveto comprato da poco al paese e caricava mobilio per la sua casa, ereditata dalla madre, che ha risistemata laggiù, che tra il trasportatore e noi c’era un flusso continuo di scambio di notizie, storie, ricordi e racconti. Chi era nato in paese? Chei aveva sposato chi? Chi era morto in questi ultimi tempi? Ti manda i saluti quel tuo vecchio amico e quell’altro ieri mi ha chiesto di te...chi è il sindaco ora? Ah! Il vino di quello, quest’anno è il migliore...l’olio com’è? Il raccolto come è andato? Insomma Antonio non trasporta solo cose, ma ritrasmette notizie, ravviva i ricordi, sazia la fame e la sete di sapere, che abbiamo noi emigrati dal paese, ed ogni volta, ad ogni scarico e carico che fa, porta un carico enorme di queste notizie, saluti e racconti per i quali non prende un centesimo. Antonio trasporta emozioni ed affetti che non si vedono, che non pesano, che non si scaricano, anzi...perché ad ogni incontro, ad ogni viaggio crescono e si diffondono attraverso di lui ed Antonella che diventano messaggeri culturali ed informativi, agenti di collegamento emotivo tra quelli rimasti là e quelli che si sono dispersi come spore in giro, untori di quella appartenenza territoriale che ravvivano ogni volta, messaggeri e diffusori della sanpaolesità, che nascosta nelle viscere più profonde di ogni emigrante si alimenta con l’olio e il vino del paese, col canestrato di Cordisco, ma anche con le emozioni che Antonio e Antonietta trasportano con se senza ricevere pecunia. Come è stato per anni per il loro mentore e genitore. Grazie Ustìn, grazie Antonio e Antonella.

venerdì 6 luglio 2018

la parola può uccidere?

A chi di noi non è capitato, almeno una volta, di sentirsi ferito o di ferire qualcuno con le parole? A volte capita che una sola parola sembra entrare nella carne viva come un proiettile; la senti lacerare la carne viva e produrre una ferita che può fare molto male, bruciare.. Una parola, in certe occasioni,può spingere chi è in situazione precaria,oltre il baratro;diventare concausa di un dramma, ma non sono d'accordo con il Papa che afferma che la parola possa uccidere! (Papa Francesco: «Si può uccidere anche con le parole» http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-02-16/papa-francesco-si-puo-uccidere-anche-le-parole-132825.shtml?uuid=ABZ6Dww&refresh_ce=1). La parola è il più alto picco che l'uomo tocca e che ci differenzia da ogni altro essere vivente del regno animale che ci eleva al di sopra di tutto e di tutti. La parola ci consente di essere presenti nella scenografia muta della vita; tutto ciò che esiste, tutto quello che abbiamo noi umani, è nostro e condivisibile solo grazie al fatto che per ogni cosa ed anche per il niente, gli uomini hanno coniato un termine per definirlo. Senza della parola nulla potrebbe essere.La parola è la manifestazione più elettiva della stessa Democrazia; senza di essa, non avremmo il diritto di "dire la nostra", di difenderci. Può far male se usata con discernimento per mirare a quell'obiettivo, ma non ha nessun senso dire che possa uccidere! Chi si uccide dopo una parola era già appeso ad una corda o col grilletto sotto il dito un secondo prima, eppure, anche in quel caso avrebbe il diritto di replicare, di dire la sua. La parola é la vita stessa, un Papa non dovrebbe mai fare una affermazione simile, poichè egli, più di tutti gli altri, dovrebbe avere coscienza che la mancanza di parole, l'obbligo al silenzio, il mutismo è, prima che una disgrazia, morte stessa. LA VITA NASCE COL PROPROMPERE DI UN SUONO, DI UNA VOCE E MUORE QUANDO SI FA IL SILENZIO. Come si può affermare che la parola può uccidere? Quello che uccide sta nel POTERE di chi usa le parole come vettore del suo odio, della sua volontà di uccidere e, spesso, chi subisce quel potere, in quella prigionia che ti racchiude l'impotenza: il diritto a dire la tua, quello ti può portare alla morte. Chi ti tiene sotto scacco fa proprio quello per ucciderti: ti toglie la libertà, il tuo nome (la parola che ti contraddistingue e ti fa esistere), la libertà di parlare e facendo questo ti ha già ucciso; la morte, dopo questo, è poca cosa.La parola in sè non ha altro che meriti, il mondo senza parole sarebbe morto da sempre. Non è affatto vero che il silenzio è d'oro (chi lo dice, la Mafia?) d'oro è la POESIA, che è l'alito creativo dell'essenza della vita intelligente. Non è vero che "il più bel discorso non é stato ancora scritto", il libro bianco di chi non ha niente da dire, di coloro che hanno paura di esprimersi in libertà, non ha mai dato emozione alcuna a nessuno, la parola, anzi, LE PAROLE si! Pensate a quante emozioni hanno saputo darci le parole di una lettera, di un libro, delle poesie e capirete. Le parole più belle, quelle più importanti sono quelle scritte nelle COSTITUZIONI DEMOCRATICHE DEI PAESI CHE GARANTISCONO A TUTTI I CITTADINI LA LIBERTA' DI ESPRESSIONE, di DIRE la PROPRIA!