venerdì 26 novembre 2010

Senza Pilota

Senza pilota



Mi sono reso conto molto presto nella vita che un orfano è una macchinina senza pilota. Mi rendo conto che quando si è superata la sessantina, molte delle cose che ti sono successe sembrano essersi rivelate molto presto, in realtà si dovrebbe dire nel corso degli anni, ma io sono proprio certo che questa cosa, io l’ho capita davvero molto presto, tenendo conto che a questa età, quando una cosa ti è capitata di registrarla intorno ai diciotto anni, ti sembra davvero molto presto. Si, capisco che oggi dire senza pilota può risultare obsoleto, fuori moda ma, al tempo in cui io avevo quell’età, non esisteva la possibilità di pensare ad una macchina col pilota automatico, non so se esistesse questa opzione per gli aerei, ma non me ne preoccupo; paragonare un orfano dall’infanzia ad un veicolo a motore terrestre è già un bell’ardire, pensarla capace di prendere il volo, sarebbe veramente troppo. Un orfano è costretto a diventare precocemente, prima degli altri, un veicolo autosufficiente. Ma dovendo crescere senza un pilota alla guida è come le prime macchine giocattolo alimentate a batterie: non volendole costruire col volante fisso e non essendo ancora possibile guidarle col comando a distanza senza fili (wireless) come si dice oggi, si dotavano di una base rotante sotto il cofano motore, con quattro ruotine stabilizzanti, che la facevano muovere casualmente e solo quando sbatteva contro qualcosa si spostava alla ricerca di uno spazio libero in cui muoversi, comunque senza costrutto e senza una direzione certa. Sembrava che dopo aver sbattuto il muso, la macchinina avesse imparato a cercare una nuova direzione, ma era solo una morgana, dopo un solo secondo sbatteva contro qualcos’altro e che il giocattolo andasse avanti era, quantomeno, un eufemismo. Certo non era una macchinina ferma, ma in quanto a poterle dare una direzione era impossibile. A forza di sbattere a destra e a manca, dopo qualche giorno era diventato già vecchio ed appena si scaricava la batteria in dotazione, gli estirpavamo quella base rotante sotto e la muovevamo con le mani. Così diventava, finalmente, la macchina dei nostri giochi e quel suo essere un giocattolo inamovibile ( se non con le nostre mani ) diventava il suo pregio: andava dove volevamo noi, solo quando noi lo volevamo, perfetta! Un ragazzo che cresce senza una guida sicura è spesso soggetto a sbattere contro ostacoli fissi invisibili, ma assolutamente rigidi, dove può fare molti danni a se stesso e agli altri. Questi ostacoli sono le regole civili di una società, cose che si dovrebbero imparare, durante l’infanzia in famiglia e col supporto della scuola un poco più avanti. Compresi di essere una macchinina senz pilota quando, facendo qualcosa di sbagliato, trovavo sproporzionato il rimprovero che gli altri mi facevano per quello che, io trovavo, fosse un comportamento normale, scevro della volontà di fare qualcosa di sbagliato, qualsiasi cosa che indispettisse chiunque nei miei confronti. Mi ritrovavo spesso con qualche adulto che digrignava i denti, minacciava botte e ritorsioni oppure, ed era peggio, mi  toglievano il saluto e l’amicizia, isolandomi. Mai che si incontrasse qualcuno che ti chiedesse il perché di quel mio comportamento o che me ne suggerisse uno alternativo che risultasse meno inurbano. È chiaro che le persone che i ragazzi orfani  incontrano per strada e nella vita, non possono sapere del fatto che quella è macchina senza pilota, per cui tutti sono portati a pensare: “Qualcuno deve avergli insegnato che quello non si fa, ergo se lo ha fatto a me, vuol dire che voleva volontariamente danneggiarmi, farmi un dispetto e mancarmi di rispetto.” Ecco che l’atteggiamento aggressivo conseguente diventa quasi giustificato. Altrettanto inurbano, ma comprensibile. La persona che cresce orfana quindi sbatte  contro quelle reazioni non comprendendole, capisce che in quello che ha fatto c’era qualcosa che ha fatto arrabbiare il suo interlocutore e sa che è meglio non ripetere quel modo, ma non sa come sostituire quello che non deve fare con un comportamento che sia ben accetto agli altri. Continuerà ad evitare i comportamenti che gli hanno procurato noie con gli altri, ma non saprà mai con quale comportamento sostituirli. In realtà mi sembra di parlare di esperienza, cioè di quelle cose che ognuno si ritrova di fronte vivendo e quindi, cose che inevitabilmente si imparano solo vivendo, ma non è così. Un ragazzo qualsiasi, ma con il padre presente in famiglia, le ha sentite le cose dette dal padre, anche se le ha fatte uscire immediatamente dall’altro orecchio, nel passaggio della crescita alla ricerca della sua autonomia, ma quando incoccerà nei suoi errori, nelle inevitabili sbandate, ritornerà colla mente alle cose dette dal genitore, non potrà non comprendere che quegli errori erano evitabilissimi e riavvicinerà, piano piano, l’orecchio alla bocca del suo vecchio, ritrovando un suolo ruolo nell’apprendere dalle esperienze altrui e preparandosi a trasmetterle a chi lo seguirà. Perfino un figlio di un padre poco presente, come un emigrante o un commesso viaggiatore, troverà un surrogato in quello che gli dirà la madre attribuendo quello che dice al padre lontano, ma non completamente assente. Per questo è diversa la posizione di un orfano, simile solo a quella dei figli non riconosciuti di una volta, o delle ragazze madri di adesso. Diventa difficile che da padre, una persona cresciuta orfana, sia in grado di avere un rapporto normale, di buon dialogo con i suoi figli, a meno che non abbia avuto, dopo la morte del padre, la figura di un nonno che è l’unico parente in grado, verosimilmente, di sostituire un genitore agli occhi di un figlio, maschio o femmina che sia. Non dimentico assolutamente il ruolo che può assumere un fratello maggiore che si carichi di una responsabilità quasi paterna nei confronti dei fratelli minori, è solo che questa evenienza è fortemente compromessa in me dalla mia esperienza personale.
Fernando M.