venerdì 30 novembre 2012

C'era una volta...

C'era una volta...
Negli anni 70/80 del secolo scorso, le docenti iscritte al Movimento Cooperazione Educativo (MCE), operarono in modo che nelle scuole infantili, le insegnanti  non raccontassero più le fiabe ai bambini, cominciando con la storicizzata locuzione temporale "C'era una volta". La motivazione di una simile rivoluzione, era dovuta alla loro convinzione che i piccoli, i bambini, non sanno cosa vuol dire" una volta". Una favola, un racconto che inizia in questo modo, spiazza i bambini, li confonde. Gli adulti intendiamo collocare il nostro passato nel tempo. Esiste ciò che accade ora, nel tempo presente, ma continua ad esistere ancora in noi, anche quello che è stato. Quello è il passato. Il " tempo andato" che noi collochiamo in modo più o meno preciso a seconda del fatto che ricordiamo il momento in cui il fatto è accaduto; " il 5 marzo delle scorso anno alle dieci...ricordi?". Quando questo non è possibile, noi risolviamo il problema temporale confondendo il tempo: "Non importa quando...in un momento qualsiasi di un giorno qualsiasi...ad un'ora qualsiasi...in un posto qualsiasi, avvenne che..."  Come non importa...se mi devi raccontare un fatto accaduto, mi devi pur dire quando è accaduto. La cosa deve essere iniziata proprio così; quando il fatto che si voleva raccontare, fosse reale o frutto di una fantasia, non era stato un fatto direttamente vissuto in prima persona, veniva difficile storicizzarlo con data e ora , quindi un volo pindarico aggiustava tutto: "successe un tempo, una volta, che..." Vedete bene che un pò di confusione siamo riusciti a crearla anche alle nostre menti di adulti, anche se noi, ora, potremmo dire che "c'era una volta" non ci scompone più di tanto. Se non per altro, almeno per la difesa che la il nostro cervello ha imparato a creare per far fronte allo scompiglio che un inizio simile ci mette in moto nel cervello. Appena la mente registra un" c'era una volta..." risponde con un sorriso e stacca la spina della credibilità di quello che ci stanno per raccontare. Dopo il "c'era una volta" possono dirci quello che vogliono, che tutti diamo per scontato che quello che segue è frutto di fantasia, improbabile verità. Neppure più ascoltiamo con interesse. Figuratevi un bambino confuso dal "c'era una volta". I piccoli non ce l'hanno ancora la nozione del tempo. Per loro, tutto sta semplicemente accadendo ora. Non hanno il passato, quel "una volta" non può dire loro niente. La loro vita è appena cominciata, loro sono una freccia con la punta in avanti che sta infilando le giornate una dietro l'altra. Possono comprendere ad una certa età, che i grandi hanno più giornate infilate nella loro freccia, ma quel "una volta..." dove si colloca nelle loro poche e dove nel tanto vissuto di una adulto? Non c'è contemporaneità con l'adulto che racconta, ecco perchè viene spiazzato. in quegli anni, io compresi che avevano ragione quelli dell'MCE, ma non ne compresi le ragioni. Oggi, con mezzo secolo di ritardo io riesco ad avere chiaro, posso spiegare a me stesso il concetto del tempo, del passato. Debbo dire che la mia mente è stata messa al lavoro, su questo tema, da alcune persone che ho incontrato in internet in questi anni. Nella mia ricerca di radici di provenienza, di seguire a ritroso il cammino degli emigranti del mio paese natìo, sul filo dei ricordi comuni che si intrecciavano, mi sono spesso sentire chiedere da alcuni di loro "Perchè?".  Perchè avevo questa necessità di collegare per forza, questo nostro presente, con quello che "c'era una volta?" come potevamo farlo tutti insieme? aveva un senso?. Per me sì, ce l'aveva eccome un senso. I molti ricordi comuni erano una conferma di un tempo condiviso, visto con occhi spesso simili, in modi condivisibili. Ma quelle persone che mi ponevano il problema di un tempo non condiviso, hanno immesso in me il seme di una domanda sospesa che imponeva una risposta. Ora, io penso di aver compreso la differenza del loro tempo dal mio e di quelli che si ritrovano consoni ad esso. Se no immaginiamo il Tempo, così come ci hanno abituato a spiegarcelo, dalla scoperta della rivoluzione terrestre intorno al sole, noi pensiamo al tempo come all'orbita terrestre, circolare. Il primo di ottobre siamo in un certo punto dello spazio intorno al sole, dove eravamo lo scorso anno, nel ciclo passato, e giusto proprio dove saremo nel prossimo ciclo che abbiamo imparato a chiamare anno. In questo senso il tempo è un cerchio diviso in trecentosessantacinque punti che noi chiamiamo convenzionalmente giorni e siccome tutti stiamo vivendo oggi, pensiamo che tutti quanti quelli che lo stanno contemporaneamente vivendo, ne avranno sensazioni comuni. Invece il problema è che il tempo non è circolare, con punti precisi ed uguali per tutti quelli di un luogo comune, il tempo è solo presente, tante pagine di un grande libro comune che ognuno di noi sta sfogliando e leggendo a suo modo, dandone una interpretazione individuale, propria. Ed anche così il tempo sembra per forza contenere in se, pagine nelle quali è scritto il passato e pagine che, ancora non conosciamo ma contengono il futuro. Invece il tempo è solo la pagina che tu stai scrivendo quel giorno, in quel momento, in questo momento. Poiché a raccontare la pagina di ieri si fa presto, ma quando diciamo una volta...in che pagina andremmo a leggere tutti insieme? Una confusione totale. Simile solo a quella che ogni tanto si sente dire "nel futuro...". Ma quale futuro, non esiste, se il libro si chiude adesso...