sabato 9 giugno 2012

Il distributore di sorrisi e il negozio dei gelati

Sono nato in una delle famiglie più povere di un piccolo e povero paese del'alto tavoliere pugliese. Mio padre era un bracciante agricolo, emigrato da un paese ancora più piccolo e povero, incastonato sulle cime del Gargano. Era un gran lavoratore, senza paura per la fatica e i sacrifici, era in grado di darci una vita dignitosa e non ci aveva mai fatto mancare niente. Purtroppo la morte ce lo tolse il giorno della GRANDE NEVICATA DEL '56, il 10 marzo del 1956. Quello diventò il giorno in cui diventammo più poveri di prima e di tutti gli altri. Oddio, di poveri così, era fatto la gran parte del paese: tante vedobe con nugoli di figli da sfamare, aggrappati alle proprie povere gonne. noi eravamo in sei (tre maschi e tre femmine)  In quel tempo, nelle case non avevamo quasi niente, le mille cose che avrebbero riempito le case come oggi, erano ancora tutte di là da venire, ma noi, da quel maledetto giorno, avemmo ancora meno di quel niente così comune, da non farti sentire diverso dagli altri. Al funerale di mio padre, portato a spalle tra le stradine spalate nella neve alta oltre un metro dai suoi amici, il sindaco (lo chiamavano ancora il Podestà...) ed un bracciante amico di tanto lavoro con mio padre, tennero per lui un comizio in piazza. Fino ad oggi, in quel paese, un fatto simile, si è ripetuto solo per la morte di Aldo Moro ucciso dalle brigate rosse e fui io ad organizzarlo. Quando da adulto mi ricordai di quell'avvenimento, continuai a chiedere in giro del perchè fecero quel comizio. Il podestà era morto, ma il vecchio amico di mio padre, anche se ormai vecchio era ancora vivo. Un giorno decisi di partire e di andarlo a trovare, avevo bisogno di sapere. Lo raggiunsi nel suo podere in una mattinata primaverile che si preparava a diventare un bella giornata, ma lui stava accendendo il fuoco nel camino e, dal ceppo che aveva preparato, pareva intenzionato a tenerlo acceso a lungo. " Non fa freddo..." gli dissi. Lui si voltò a guardarmi come se non si aspettasse quella domanda; non da me. " Tiene compagnia...e mette allegria." rispose " é come un sorriso!" Gli chiesi di mio padre e del suo funerale, il perchè di quel comizio in piazza per un povero bracciante. " Tuo padre era un buon uomo, gran lavoratore, sempre allegro e sempre con in bocca una buona parola per tutti." mi spiego il vecchio Faele, mentre attizzava il grosso ceppo e lo faceva crepitare, la vecchia radice sembrava emettere un borbottio allegro e mille scintille riempivano la scura bocca del camino, svanendo nell'aria. "Solo per questo?" la risposta mi aveva un pò deluso, manco mi aspettassi chissà quale gran merito. " Solo per questo?" mi chiese lui di rimando. Salutai il vecchio dispiaciuto, sapevo di averlo deluso, anche se non ero certo del perchè. In parte era perchè pensavo che non l'avrei mai più rivisto. Con lui sarebbe venuto a mancare il breve filo rosso che mi legava a mio padre. Sul treno, di ritorno in Piemonte, ripensavo a quel vecchio che, in un caldo giorno di tarda primavera, accendeva il suo fuoco nel camino per tenersi allegro e in compagnia. La cosa che mi faceva piacere era che mi trovavo molto simigliante a mio padre. Io sono uno che invade sempre la vita degli altri con un saluto, una battuta, una storiella e con un sorriso. Quelli che mi vivono intorno, hanno la costante paura che prima o poi troverò il mio. Colui (o colei) che non accetteranno il mio modo di fare e mi rifileranno un sonoro ceffone. Intanto io continuo a seminar sorrisi, di conseguenza, vedo intorno a me fiorirne tanti altri e ne sono felice. Mi sono però ritrovato spesso a cercare intorno a me dei segnali, delle conferme, di questo mio attegiamento. Sconsolatamente però devo dire di averne trrovati pochi, troppo pochi per essere sufficienti a cambiare il mondo. Le facce sempre tese, indurite dalle esperienze del passato, dal vuoto scuro di un futuro che non si sa se avremo e da un presente che non è facile da vivere senza preoccupazione, al punto da non riuscire a cogliere la magìa della vita che ci circonda, poco ci predispone al sorriso verso gli altri. Facciamo mancare, così, quel rimbalzo emotivo che il sorriso degli ti dà di rimando.  Il mondo, insomma, invece di espandere quell'energia positiva del sorriso, si spegne, rinchiudendosi in se stessi. Il sorriso è come una pietra in uno stagno. Produce onde di forma circolare che si allargano intorno a noi, moltiplicandone gli effetti benefici. un sorriso ne produce tanti altri e per lungo tempo. Può davvero cambiare il mondo, lo cambia. Ecco cosa intendeva il vecchio Faele quando mi rimandò la mia sciocca domanda:" solo per questo?" Fate l'esperimento, raccontate una cosa buffa, una cosa tenera e vedrete che coloro che vi circondono si illuminano e state certi che la racconteranno ad altri, diffondendo quel sorriso e moltiplicando le pietre tirate nell'acqua. Tutti sappiamo una barzelletta che è stata inventata e raccontata chissà dove, chissà quando e, chissà in quante lingue tradotta.
Ho cercato ancora per trovare oggi in quali luoghi nascono i sorrisi. Dove si trova il posto segreto che li cova e li genera e mi sono appostato davanti alle banche ma è stato un fallimento, la gente ha il volto torvo ed invecchiato quando entra o esce da una banca e non è questione di averne poco o tanto:il denaro non è buono per produrre sorrisi. Davanti alle macellerie allora! Qui, pensavo, avrei visto le persone che entrano a comprare carne, si leccherà già i baffi al pensiero dell'arrosto e...mi sbagliavo, la gente ha il volto contorto dal costo, dal senso di obbligatorietà del nutrirsi e dei grassi e dei trigliceridi. Neppure il macellaio soride, preoccupato dalle tasse e dalle mancate vendite, ha una smorfia sul volto e medita pensieri di chiusura del negozio. Ho pensato al negozio dei fiori, ma anche li ho trovato più bouquet preparati per funerali che per occasioni allegre. No, non è stato facile anche se di posti ne ho cercati tanti, ma più me ne sono venuti in mente, più ingrossava il mucchio degli scarti alle mie spalle. Alla fine ci stavo per rinunciare quando ho visto gente camminare per strada col volto rilassato e soddisfatto, ne ho seguito il flusso ed ho trovato un luogo che mi piace molto per osservare la gente: è la panca di fronte al negozio del gelato. Quello è il luogo, l'unico che io finora abbia trovato, dove vedo arrivare persone che si sono predisposte a concedersi, nonostante la vita sia dura e lo diventi ogni giorno di più, un premio, un attimo di felicità e di condividerlo con gli altri. Qualsiasi persona si muova in direzione del negozio del gelato o bancone di bar che sia, ha un sorriso sulla faccia che sin dal parto della decisione di concedersi un dolcissimo cono, gli increspa le labbra. il gelato, di qualsiasi gusto, ha poteri traumaturgici infiniti. Una passeggiata in paese, una puntata due volte al giorno al negozio della gelataia, ci cambierebbe completamente le giornate. per anni questo pensiero è stato compagno latente dei miei giorni da emigrante, quando pensavo al mio paese, alla mia infanzia, pensavo al gusto impareggiabile del gelato del paese, al gelato di Lelio Pilolli, proprio come qui, nella mia borgata piemontese: quando penso di fare una passeggiata in paese, penso al gelato di Laura Chiotti e il sorriso mi porta direttamente al suo negozio dove nascono i sorrisi.  Perfino se penso alla crisi e al razionamento del cibo, mi dessero una tessera per due gelati al giorno, il sol pensiero mi mette già allegria. Un governo che volesse una nazione di cittadini più felici, offrirebbe un gelato al giorno a grandi e piccini, potrebbe perfino aumentare le tasse senza problemi se offrisse in cambio del gelato e, oso molto lo so, perfino le facce di Monti, Fornero, Passera e quel bulldog di Cancellieri sembrerebbero più allegre se inforcassero ogni tanto un cono alla fragola e cioccolato.