martedì 25 ottobre 2016

L'emigrazione (parte prima)

L’emigrazione di ieri e di oggi:
emigranti pugliesi in Germania


Già, l’emigrazione è sempre e solo migrazione di uomini e donne, di cuori e di anime ma, se ci si chiede di parlare di quella di ieri e di oggi, probabilmente è perché ci siamo resi conto che ogni migrazione ha delle sue peculiarità: la prima per i credenti è stata quella di Eva ed Adamo, dopo il furto delle mela furono cacciati dal paradiso terrestre, oppure quella del Darwiniano Omo Erectus ( che non è il Trota che “ce l’ha duro” ma il nostro antenato australopiteco che si eresse su due piedi e, scoperto che poteva camminare meglio, iniziò passo dopo passo e solo quando ebbe più fame di prima si rese conto che era troppo lontano da dove era nato e cominciò a lavorare sul posto al fine di darsi una casa ed un modo di sfamare coloro che dipendevano da lui. Si rese conto solo dopo, quando gli indigeni, i nativi di quel nuovo posto, cominciarono a difendere il loro territorio e a chiamarlo terroncello, che era diventato un emigrante.
Le grandi migrazioni successive mutarono ancora: la prima grande migrazione di cui possiamo parlare perché ci riguarda direttamente, è quella risalente a 150 anni fa, quando gli eserciti francesi e inglesi, organizzarono e foraggiarono montanari piemontesi e bergamaschi, per trucidare e saccheggiare il sud. Ai figli sopravvissuti di questa terra, non fu lasciato altro che la pelle addosso e una unica scelta: emigrare nelle nuove immense terre disabitate delle Americhe  per cercare di sopravvivere e sfuggire alla cattiveria dei piemontesi. Attenti…in questa emigrazione noi non possiamo ancora parlare di emigrazione “italiana”, poiché questa è una cosa dalla quale abbiamo il dovere di emanciparci:, l’emigrazione NON E’ MAI STATA ITALIANA! Prima del 1860 esisteva l’emigrazione dalle regioni del nord dell’italico stivale, con il Piemonte in testa, per il quale un certo Cavour si accorse subito di una cosa strana: più la gente partiva e più si stava peggio, non si poteva campare sulle spalle dei pochi che restavano. L’emigrazione faceva partire numeri importanti di bocche da sfamare, quelli che restavano si impadronivano delle terre e delle case lasciate dagli emigranti ( proprio come hanno fatto spesso, i nostri fratelli rimasti qui, espropriando chi era partito della sua quota ereditaria). La casa regnante aveva meno persone da tassare, meno introiti. Che regno è una landa di valli e montagne di castagneti desolati senza strade e terre coltivabili? Senza gente da sfruttare nelle risaie, senza sudditi infine, il regno dei Savoia era più povero e ridicolo. Rischiava di scomparire. I moti risorgimentali spingevano verso un’unica nazione, in Italia non ci sarebbe più stato spazio per due case reali e due stati. Al sud siamo circondati e isolati dal mare, il nord aveva oltralpe l’esercito di Napoleone che dopo Waterloo, non si poteva più permettere di mantenere le sue truppe nelle terre occupate e che si stava ritirando da queste dopo un dominio di sedici anni, periodo in cui i francesi ( molti dei quali si erano sposati e piantati li ormai) svilupparono la rete stradale piemontese e studiarono un piano di industrializzazione adatta al luogo. I francesi spinsero Cavour verso l’ammodernamento del regno piemontese, che si diede  un nuovo strumento che rese una delle zone più povera e arretrata della penisola, lo stato più moderno tra gli stati europei: Lo Statuto Albertino. L’occupazione del Regno delle due Sicilie portò nelle casse piemontesi le ricchezze necessarie per lanciare un settore produttivo industriale moderno e redditizio. Un fiume di soldi di tasse saliva verso il nord depauperando il sud mentre riempiva le casse piemontesi. Furono queste le condizioni che resero sempre più impossibile vivere qui e sempre più allettante arrendersi, ancora una volta, alla cattiveria dei piemontesi i quali scelsero per noi un unico destino: emigrare per andare a sopravvivere in Piemonte in condizioni spesso disumane. Sembra eccessivo oggi fare una simile affermazione, ma se qualcuno ha memoria storica della propria emigrazione. Si ricorderà dei cartelli “affittasi a non meridionali” i quali non erano affissi perché davvero non ti avrebbero affittato l’alloggio, a solo per strapparti un affitto uadruplo e senza regole, facendoti sentire nel contempo accettato, “ si, a nessun’altro l’avremmo mai dato, ma lei sembra uno di noi, non l’avrei mai confusa con quelli lì…” già, e tu ti sentivi gratificato, ti avevano fatto capire che era meglio mimetizzarsi, assomigliargli e perdere l’abbronzatura troppo scura, e quella abitudine di mangiare i strasc-net ch’i cim d’ rep, quell’odore ti tradiva dalla tromba delle scale, buono era pure se imparavi quale parola del loro dialetto e sostituivi quell’inflessione così caratteristica… e tu mutavi, cercavi di imparare d’uj p’rù-n bagnè ‘nt-l’olij. E spesso sentivi orgoglio per il riconoscimento ai tuoi mutamenti  eri un essere in divenire…piemontesizzato e poi piemontesizzante a tua volta. Cambiavi la tua lingua e perdevi ogni giorno di più la tua identità, già…un emigrante muta il suo linguaggio immediatamente appena salta sul treno non avresti mai più detto “ Parto” ma immediatamente dovevi sostituirlo con “ quando sono partito…” e quando arrivavi dove arrivavi, non lo sapevi, ma molto del tuo linguaggio abituale, non lo avresti mai più pronunciato, le frasi abituali sarebbero state cancellate dalla tua memoria per sempre. La frase: “ Io quello lo conosco da una vita, non l’avresti mai più detta, “…mi fido di lui come di me stesso, andavamo a scuola insieme…ed altre frasi che erano le tue certezze, non le avresti mai più concepite. (racconto un po’ della mia esperienza iniziale a Torino)

 Ma questa era la nostra emigrazione, ed ora, quella dopo ed odierna, in cosa è mutata?
Noi emigravamo come braccia, operai agricoli che diventavano metallurgici (come si diceva allora) noi eravamo poco secolarizzati ma da questa condizione potevamo solo crescere ed io credo che siamo cresciuti molto: il nostro provenire dalla terra ci ha tenuto molto attaccati alle nostre abitudini;alla cucina casalinga, al consumo di olio e vino proveniente solo dalle nostre terre, non conoscevamo il mondo e non eravamo abituati a pensare alle vacanze come all’opportunità di viaggiare e conoscere, ma unicamente come un periodo in cui tornare al proprio paese, cercare tra i nuovi cittadini che non conoscevi i volti mancanti di coloro a cui potevi dire:” siamo stati a scuola insieme…lo conosco da una vita…”
I nostri figli sono cresciuti senza poter essere educati ad andare il due novembre e qualche volta durante l’anno al cimitero a trovare i propri avi, senza aver timore che nel paese in cui stavano crescendo ci fossero parenti che li tenevano sott’occhio per coltivare in loro valori come rispetto, legame parentale, rapporti di gruppo di appartenenza, insieme a quelle auto censure che ne limitano le intemperanze giovanile che quando è senza controllo può essere spesso distruttiva e autodistruttiva.
La nuova generazione non emigra…viene svezzata nella incubatrice dove nascono, fino alla fine del liceo assorbono i contributi dei già poveri comuni meridionali, i contributi di province e regioni, per poi andare a continuare gli studi presso le loro università, dove vengono spesi i soldi del mantenimento della famiglia, “corretti” nella loro cultura quando sono ancora in formazione per sentirsi “cittadini” di quella città gia da allora, loro non sono emigranti, non si sentono tali, poiché loro sono usciti di casa per studiare e dopo essersi laureati, la città offre loro un posto di livello accettabile al loro titolo, perché cosa tornare al paese? Così medici; ingegneri; architetti  e avvocati…danno nuove linfe a città sclerotiche, potenti economicamente e sullo strapiombo della geriatria senza questo ricambio di nuove energie provenienti già uomini e donne da fuori. E tutto questo senza sborsare un centesimo. Noi paghiamo il valore ed il plus valore di una lavatrice prodotta al nord, ma loro non sborsano un nichelino per un uomo cresciuto al sud.
Questo sta determinando un nuovo problema per i comuni meridionali, sull’orlo del fallimento: crescono i bambini fino a quando sono improduttivi e, quando diventano produttivi e consumatori, li regalano alle città del nord, senza contropartita. In paese restano solo persone anziane e malate. Al mio paese, l’unica cosa che è nata negli ultimi 50 anni è un centro per assistenza di portatori di handicap gravi ed un negozio di ausili per costoro; carrozzine e protesi. Intanto hanno chiuso tre sale cinematografiche, due mulini, quattro cantine (trattorie), due pescherie, l’unico albergo del paese,  tante sartorie, il negozio del sellaio e quello del di tre ciabattini, perfino due chiese hanno chiuso e stanno cadendo a pezzi per mancanza degli oboli dei fedeli. Il prete è andato in depressione credendo che la diminuzione dei fedeli fosse dovuta alle sue prediche. E non si rendeva conto che mentre lui si scoraggiava c’era un prete a Torino che si credeva chissà cosa per i fedeli che si moltiplicavano alle sue insulse prediche.
Il nostro era un paese diviso in due anche in questo: la gente del sud emigrava per morire a Marcinel e per le vie d’Europa, il governo italiano firmava un accordo con altre cinque nazioni europee l’accordo sull’acciaio e il carbone(CeCa) e col governo belga quello del carbone contro uomini (il 23 giugno del 1946) questo accordo destinava all’Italia un vagone di carbone per ogni uomo emigrato nel loro Stato. Ma noi al sud abbiamo mai visto arrivare quel carbone? Ne abbiamo ottenuto forse una contropartita? No! Il carbone serviva ad alimentare le industrie del nord e a riscaldare le loro case. La Fiat, una delle ultime case automobilistiche nate in Italia ha assorbito negli anni le numerose industrie preesistenti, unicamente per il privilegio di essere diventata la maggiore delle aziende piemontesi, a forza dei finanziamenti ad essa riservati e garantiti dai Savoia, permettendole di far fallire ed inglobare aziende famose già all’estero e perfino oltreoceano, che producevano la Isotta Fraschini, la Ceirano, la Itala, fino a riuscire ad inglobare  l’Autobianchi, la Lancia, l’Alfa Romeo e la Maserati e la Ferrari…tutte e mentre ingoiava tutto questo continuava ad ottenere finanziamenti e mantenimento dei suoi membri tutti parlamentari.

I piemontesi avevano studiato ed ora capivano che fare emigrare la gente significava impoverire un posto: l’emigrazione è un regalo che i paesi poveri fanno ai paesi ricchi.
Nella cultura piemontese di oggi ci entra poche volte la parola “Emigrazione”, loro parlano solo e sempre di “Immigrazione” : come limitarla, controllarla, incanalarla dove serviva a loro ( a Torino tu non aprivi neppure un salone da barba senza il consenso della Fiat) e comunque gestirla.


In Europa gli emigranti italiani hanno pagato un dazio per la pochezza politica dei nostri governanti, per la delinquenza diffusa nelle regioni infestate da mafia, ‘ndrangheta, sacra corona e camorra, in Germania ad esempio, siamo stati chiamati “spaghetti fressen” (mangia spaghetti) ma questo titolo non ti offendeva; noi siamo mangiaspaghetti quanto loro sono mangiakartoffle, questo ci identificava di più, non toglieva niente al nostro modo di essere. Al nord ci chiamano “Napuli,Terroni, Africani…”dando a queste parole il profondo disprezzo di chi è nato al sud di Pavia. Disprezzando di fatto quello che tu eri per nascita, senza colpe in cui riconoscersi, ma diventando colpevole solo per essere nato al sud! Spingendo il tuo desiderio di recuperare questo “difetto” naturale, con una mutazione psicofisica al punto di volergli assomigliare in tutto e per tutto: un vero  lavaggio del cervello che ti induce a diventare più piemontesi possibile. Quando nel ‘67  arrivai a Milano, lavoravo alla metallurgica Broggi alla Bovisa, tra i miei colleghi di reparto ve n’era uno che io stimavo un bastardo milanese, che mi parlava in dialetto stretto e se non capivo(ed io non lo capivo) mi gridava parolacce irripetibili, solo dopo sei mesi, quando cominciai a comprendere, a parlare con lui seppi che era di Bari.....to be contined