lunedì 28 luglio 2014

I rovi sul tratturo

In realtà lo si può chiamare in diversi modi: sentiero, mulattiera, passaggio o viottòlo, pista, in quest'ultimo modo, lo si chiama specie d'inverno, quando innevato, si manifesta su nei monti, come una vena bianca piatta, dalla quale si scende a il pendio, o si risale il monte con le ciàspole, ma che giù, a valle, inizia o finisce sempre ed inevitabilmente in una strada di campagna sulla quale si poteva circolare, con i traìni o slitte per trasportare sementi, attrezzi di lavoro e fieno o legna: sono i tratturi, le strade di campagna percorse dai nostri avi, per recarsi al lavoro e tornando a casa. Queste stradine, dove il passaggio era frequente e fitto, si tenevano abbastanza bene da sole. Il loro percorso era segnato da qualche spuntone di sasso non proprio livellato col terreno, qualche fosso leggero che diventava pozzanghera dopo la pioggia, ma di solito non avevano bisogno di grandi manutenzioni giacchè gli erbivori che vi transitavano, avrebbero brucato la vegetazione lungo i bordi e sul leggero dosso che si formava al centro, passaggio solo di equini o buoi tra le stanghe dei carri o guidati dalla mano del padrone quando erano soma. Abbisognavano però annualmente, di una pulitura dei fossi, le cunette che li seguivano da ambo i lati affinché le acque reflue scendessero a valle senza invaderne il percorso.  A  valle, per l'appunto, avevano meno bisogno di manutenzioni superflue, ma su, nel montare verso il colle o il crinale, dove solo il passaggio della gente riduceva  e diveniva pedonale,  lì si che quei percorsi avevano necessità di manutenzioni periodiche e costanti.
C'erano le pietre che rotolavano a valle su in cima, spostate dalla neve e dalle piogge, finivano sul sentiero, dove poi era facile che un piede, una zampa, la facesse cominciare a rotolare a valle e spesso, queste, trascinavano con se altre pietruzze e sassi che potevano provocare pericolose frane e fastidiosi ingombri lungo il percorso ostruendolo. Insomma, là dove c'era un passaggio più rado degli esseri umani, ci sarebbe voluto più lavoro per mantenere in ordine ed efficace il passaggio. Affinché, coloro che sarebbero transitati colà nel futuro, avrebbero trovato il modo di farlo senza problemi. Il compito non era solo di chi lì ci passava spesso, ma anche l'occasionale viandante aveva cura di mettere un sasso a posto sul muretto a secco che costeggiava la pista, o tagliare qualche ramo d'albero che si era allungato un pò troppo sul sentiero ed ora rischiava di far male a qualche passante notturno o distratto e più giù, verso valle, dove la vegetazione era più fitta, bisognava tagliare, almeno  periodicamente, i rovi e i bossi che costeggiavano la via, altrimenti, se lasciata un paio d'anni senza manutenzione, il percorso diventava impraticabile per via della vegetazione inselvatichita che ne invadeva gli spazi. In pochi anni, la stradina di campagna, il nostro tratturo, finiva col divenire parte del bosco e solo i cordoli di pietre laterali lo avrebbero reso riconoscibile. A rimettere in funzione un vecchio passaggio abbandonato, ci vuole oggi molto più tempo e fatica di quando ce ne andrebbe a costruire una strada nuova.
Mi sono, volutamente dilungato in questa disserzione, cercando di renderla "visiva" ai più giovani, perchè a pochi sarà palese oggi, che dove loro vedono solo sassi e rovi, intreccio di rami e fossi, ci potesse essere per i loro avi e per coloro che hanno vissuto prima, un passaggio di genti, un luogo dove ci si scambiava un saluto, una stretta di mano, un incontro con persone conosciute e care ma anche la possibilità di un nuovo incontro che, in qualche modo, ci arricchiva e ci mutava. Un tratturo, in fondo, ben rappresenta un percorso di vita. Ognuno di noi ne ha uno suo, vissuto a suo modo, che allargandosi a valle, diventa sempre più una strada comune, dove ognuno transita con le sue idee, con il suo punto di vista unico e rispettabile, ma ognuno deve fare attenzione a camminare con la stessa andatura degli altri, poiché se non si rispettano delle regole minime di convivenza, diventa inevitabile il disastro. Ecco: questa grande strada, nella quale ognuno deve poter circolare liberamente, é un partito. Il Partito può essere il luogo dove qualcuno ha una idea e tanti la sposano per un credo ferreo o interesse, un luogo dove l'interesse di uno coinvolge e sembra di tutti coloro che scelgono o viene imposto il percorso ma può essere anche il luogo dove più persone, più idee, ne intrecciano la trama e gli interessi diventano dei più, di tutti coloro che transitandolo, lo abitano. Questo secondo esempio è quello che personalmente ho scelto per me, per indicare il percorso a chi mi segue in famiglia: un partito fatto di persone dove la comprensione delle aspettative di tutti sia possibile che trovino attenzioni e ascolto, un partito democratico: il Partito Democratico. Nato dalla quasi secolare contrapposizione di opposti modi di vedere, di interessi partigiani che ne limitavano l'azione ed il respiro politico verso la gente del nostro Paese, il Partito Democratico è, per me, il luogo in cui il mio percorso si fonde con quello degli altri, dove io, prima di dire la mia devo imparare ad ascoltare quella degli altri, dove devo scoprire che non c'è la necessità che il mio modo di vedere le cose prevalga, perché una comunità é fatta di persone che sappiano smussare gli angoli degli egoismi personali e far prevalere il bene comune. Perché non ci sono altri. Perché io sono gli altri. Per questo motivo ho voluto impegnarmi ora, io che ho percorso strade solitarie e private, mai condividendone il tragitto con altri se non sporadicamente, involontariamente e solo casualmente, ho voluto ora, in un momento drammatico per il Partito che mi sono scelto, nel luogo dove vivo, per dare il mio apporto, il mio contributo. Proprio nel momento in cui, a Giaveno, si é reso visibile a tutti, il danno prodotto da una cultura politica scellerata, durata oltre un ventennio, che ha isolato gli uni dagli altri, rivelandone e acuendone le differenze di geografiche, culturali, di colore e di censo, facendo diventare questo, un luogo nel quale ognuno percorre una sua strada, incondivisibile con altri e non una comunità ricca di differenze. iIn questo momento, il mio impegno é rivolto ad invitare chi ha compreso ad andare controcorrente. troppo facile ora, prendere una ruspa, spianare colli e monti per costruire una nuova strada, un nuovo percorso, un nuovo partito. Li abbiamo visto tutti i risultati: a Giaveno nelle ultime elezioni, sono state partorite dieci liste civiche che hanno determinato un obbrobrio politico culturale: un candidato ogni cento elettori, ma che una volta finita la festa (elettorale) i non eletti si sono dileguati senza lasciare traccia e senza lasciare punti di riferimenti agli elettori, ai cittadini ai quali avevano promesso il loro impegno per la soluzione dei problemi comuni, gli eletti invece si sono ritrovati orfani di un indirizzo da seguire, di capacità di individuare una soluzione al loro impegno. Non perché non siano in grado di elaborare una soluzione quando essi si trovano davanti ad un problema, chiunque glielo porti quel problema, ma perché, per affrontare con efficacia i problemi della comunità, per avere questi strumenti che consentono delle soluzioni efficaci e pronte, bisogna avere un percorso preparato, efficace, definito che consente di instradare velocemente verso le soluzioni più congeniali alla costruzione di una comunità che si rispetti, che collabora, che si riconosca. Troppo facile dire:" Cosa mi interessa a me, dover prendere attrezzi  e il mio tempo, per ripulire con fatica  i sentieri abbandonati, contro le incurie del tempo, i danni prodotti dallo stato di abbandono e isolamento, la strada di un partito che è di altri. Perché mai lavorare tanto tempo, ora che i giochi son fatti e devono durare cinque anni, per ripulire rive e dossi, potare rami e sradicare male erbe, quando tra cinque anni, dieci giorni prima della prossima tornata, io posso creare dal nulla una lista elettorale, riempirla di comparse inadeguate e chiedere i voti per montare su qualche cavallo vincente? Perchè la Politica è un servizio che il cittadino deve allo Stato. Un politico deve essere come quel viandante occasionale, che passando su un sentiero nel quale é rotolato un sasso, si china, lo raccoglie e lo sistema sul muretto a secco che costeggia. Senz'altro chiedere, perchè quel suo gesto é il suo contributo all'uso comune di una sentiero di tutti. Questa deve essere la Politica. Almeno, questa é la mia Politica. Quindi non butto all'aria quello che chi mi ha preceduto ha costruito, ma lo riprendo e lo risistemo, perché ciò che ha rovinato quel tratturo comune, non é stata solo l'incuria di coloro che lo hanno percorso e posseduto, ma anche il mio mancato passaggio di viandante, la nostra assenza nelle sue stanze ha fatto si che chi lo ha abitato l'abbia creduto suo, solo suo. Chi ha chiuso quel passaggio agli altri, cacciando coi suoi modi, coloro che lo stavano transitando, chi lo ha privatizzato, ha poi speso tutte le sue energie nel tentativo di proteggerlo ed isolarlo e questo dispendio di energie, gli ha tolto lucidità e sottratto forze per fare manutenzione, facendolo diventare un  luogo selvatico e abbandonato dove si litiga tra vicini e confinanti per chi debba farne la manutenzione, poiché, nell'isolamento, nel chiudere il passaggio agli altri, si é tolta la mano del viandante che sistemava un sasso, stringeva una mano, portava nuove energie. Il Partito Democratico di Giaveno, deve ritrovare la sua capacità di aprirsi alle persone per le quali é stato creato, deve riaprire la sua sede al traffico di idee e soluzioni nuove, deve saperle incanalare e proteggere, deve riprendersi il carico della sua gente e non abbandonarla ad altri. per questo abbiamo inteso mettere quel cartello all'ingresso di questo tratturo: Lavori in corso, perdonate il disturbo, stiamo lavorando anche per voi. Ma non temete, é solo una nuova alba.
Fernando A. Martella