mercoledì 19 febbraio 2014

http://www.pagina99.it/news/economia/3915/L-eredita-e-un-furto.html

Rendita
In Italia la ricchezza è sette volte il Pil del Paese. E l’eredità è il meccanismo che sta riportando le società avanzate a divisioni sociali ottocentesche. Uno studio rivoluzionario indica la strada per uscirne
(articolo originariamente pubblicato sul numero del weekend uscito sabato 15)
Nel 2006, quando annunciò che avrebbe lasciato il 95% dei propri beni ad attività filantropiche, Warren Buffett definì i ricchi ereditieri “membri del club dello sperma fortunato” e affermò di “non credere nella ricchezza dinastica”, un modo come un altro per definire il carattere discriminatorio dell’eredità. Buffett era stato convinto da Bill Gates, fondatore di Microsoft (e oggi secondo al mondo nella classifica della ricchezza), a compiere il grande passo. Il 95% delle ricchezze di Gates e Buffett (secondo e terzo nella classifica della ricchezza di Forbes) ammonta a 115 miliardi di dollari una somma che equivale al Pil dell’Angola.

Si dirà: gli eredi di Gates e Buffett (tre figli ciascuno) ne avranno comunque abbastanza per diverse generazioni. Ma i due capostipiti hanno avuto comunque il merito di avere segnalato all’opinione pubblica il ruolo dell’eredità come motore della crescente ineguaglianza che caratterizza le società avanzate. Si tratta di un problema complesso che colpisce ciascuno di noi nel profondo, specie in Italia, dove l’eredità è santificata da una cultura iperfamilista. Chi non desidera lasciare ai propri figli le proprie ricchezze? Perché mai mettere in discussione questo “diritto naturale” a disporre delle ricchezze prodotte nel corso della vita?

Sarebbe facile dimostrare che negli ultimi decenni l’ineguaglianza è cresciuta in modo iperbolico. Basta ricordare il dato fornito recentemente da Credit Suisse, secondo il quale oggi nel mondo 28 mila persone hanno una ricchezza superiore a cento milioni di dollari: quasi la metà vive negli Stati Uniti, un quarto in Europa e un altro quarto nel resto del mondo. Per capire la velocità con cui la ricchezza creata dalla società si trasferisce ai vertici della piramide basti osservare che nel 1970, negli Stati Uniti, l’uno per cento più ricco della popolazione controllava il 10 % del pil, oggi il 33%.

Spesso, quando gli economisti cercano di mostrare l'ineguaglianza crescente, si concentrano sul reddito dimenticando la ricchezza che è più difficile da calcolare. E invece, nel determinare le diseguaglianze sociali, il ruolo del patrimonio diventa sempre più importante, specie in una fase di crisi economica come quella che stiamo vivendo. Senza ricorrere a troppe statistiche, una prima spiegazione empirica è la seguente: in una fase storica in cui la crescita è bassa e scarsa è la produzione di nuova ricchezza, il ruolo dell’eredità assume un peso decisivo.

Thomas Piketty, un economista francese specializzato nello studio delle ineguaglianze, ha scritto un saggio lungo e ambizioso su questo tema: “Capital in the Twenty First Century”, ma la prima parola è scritta in lettere maiuscole, come fosse il Capitale di Marx aggiornato quasi due secoli dopo. E il problema dell’eredità, nell’opera di Piketty, assume un ruolo centrale, come se improvvisamente il pendolo della storia ci riportasse indietro nel tempo.

Piketty usa le opere di Honoré de Balzac e Jane Austen come filo conduttore per descrivere la parabola economica degli ultimi due secoli. I due romanzieri vissero entrambi a cavallo tra Settecento e Ottocento (il primo in Francia, la seconda in Inghilterra) e crearono indimenticabili personaggi che, secondo la cultura dell’epoca, non prevedevano il lavoro come orizzonte della propria esistenza.

Allora appariva scontato, almeno per l’uno per cento dei più ricchi, che la ricchezza non dovesse essere prodotta con il lavoro ma ereditata, sotto forma di patrimonio che generava rendite. Papà Goriot possedeva titoli di debito pubblico, Rastignac era un proprietario terriero mentre il John Dashwood di “Sense e Sensibility” (Ragione e sentimento) era un latifondista che si appropriò di quasi tutto il patrimonio familiare delle sorellastre Elinor e Marianne lasciando loro due piccole rendite ottenute da titoli di stato. Nel romanzo classico del XIX secolo la ricchezza è patrimoniale, e i ricchi vivono di rendita. Ci volle la rivoluzione industriale per dare uno scossone a quella società strutturalmente divisa in classi. E oggi?

L’inchiesta di Piketty si allarga a venti paesi (tra cui l’Italia) nell’arco di due secoli. E i risultati sono sorprendenti. Generalmente la ricchezza patrimoniale equivale all’80% della ricchezza totale di un paese. E siccome negli ultimi vent'anni i prezzi delle case sono cresciuti più dei redditi da lavoro, questo ha comportato uno spostamento di ricchezza verso le rendite. A livello internazionale l’aumento del prezzo delle case ha avuto una conseguenza rilevante. Nel corso della vita quelli nati negli anni Settanta, a causa degli alti prezzi, sono diventati proprietari in due terzi dei casi, assai meno rispetto a quelli nati venti e trent’anni anni prima (circa 75%).

Piketty sostiene che l’ineguaglianza, storicamente, dipende dalla differenza tra la reddività del capitale e il tasso di crescita economica. È ovvio che tanto più i profitti garantiti dal capitale (cioè le rendite) sono superiori alla crescita economica, tanto più la bilancia si inclina dalla parte della ricchezza. Viceversa, nei periodi storici di vivace crescita economica aumenta la ricchezza prodotta dal lavoro e dalla produzione e questo innesca meccanismi di maggiore uguaglianza sociale.

Oggi una bassa crescita dell’economia mondiale sta generando un picco nell’ineguaglianza. E a questo si aggiunge un altro fenomeno ben visibile. Le classi privilegiate che assieme alle leve del potere controllano spesso anche la cultura collettiva, hanno innescato una battaglia per abbattere le tasse sull’eredità.

In realtà non è sempre stato così. Storicamente le guerre hanno provocato importanti fluttuazioni nell’ammontare dei patrimoni. Per esempio, nel XIX secolo in Francia il flusso della ricchezza ereditata rappresentava il 20-25% del prodotto interno lordo. Ma questa percentuale crollò al 5% in coincidenza delle due guerre mondiali. A provocare questo fenomeno furono la distruzione di milioni di case e dei mercati finanziari, e, in una certa misura, le leggi favorevoli al lavoro che seguirono il secondo conflitto. Ma rapidamente quelle percentuali si sono riavvicinate ai valori ottocenteschi. Almeno in Francia, nel Regno Unito e negli Stati Uniti. E certamente l’Italia non è da meno se è vero che il nostro paese ha il record mondiale di ricchezza incorporata in patrimoni, oltre l’80%. Si tratta di un altro sintomo che dovrebbe essere messo in rilievo per valutare le malattie croniche della società italiana, in primo luogo il suo immobilismo e la scarsa spinta verso l’innovazione. Se una parte eccessiva delle ricchezze è pietrificata nelle rendite, non c’è a stupirsi se l’attitudine al cambiamento è così scarsa. Papà Goriot insegna.

Piketty mostra che il benessere a lungo termine delle famiglie è sempre più spesso legato ai beni ereditati dalla famiglia e meno dal successo nel lavoro. Le sue statistiche ci dicono che i risparmiatori sono quelli che hanno goduto di un’eredità anche perché – banalmente - è assai più facile risparmiare se hai ereditato una casa e non devi pagare un affitto, mentre le persone che devono vivere del proprio stipendio senza avere una famiglia benestante alle spalle, con l’aumento del prezzo delle case degli ultimi decenni difficilmente possono diventare proprietari. Inoltre le persone che non ricevono un’eredità consistente, in una fase storica in cui le pensioni diventano sempre più risicate, hanno sempre più probabilità di vivere una vecchiaia stentata. Una società a bassa crescita è quindi di per sé una società statica, con una scarsa mobilità sociale tra le classi, dove i ricchi restano ricchi e i poveri sono fermi nei gradini bassi della scala sociale. Inoltre, non solo i ricchi si aspettano un’eredità pingue, ma tendono a sposarsi tra di loro creando una crescente concentrazione di ricchezza. E questo fenomeno viene amplificato dal calo demografico. Basta pensare al caso, non tanto limite, di due figli unici di famiglie benestanti. Se i due rampolli si sposano tra loro e mettono al mondo un figlio solo, questo si troverà un giorno a ereditare il patrimonio di quattro nonni, con una concentrazione di ricchezza formidabile.

Qualcuno potrebbe osservare: in fondo è sempre stato così. Verissimo. Il problema è la direzione di marcia delle nostre società. Ci siamo illusi di stare viaggiando verso un mondo in cui un numero crescente di persone aveva l’opportunità di crescere economicamente e salire la scala sociale, e invece la freccia del tempo si è invertita e ci riporta inesorabilmente verso la ricchezza dinastica. Oggi Papà Goriot legge il Financial Times sull’ipad, manda i figli a studiare finanza ad Harvard ma come ieri è concentrato sulle proprie rendite.

Che fare per uscire da questo dilemma? La ricetta di Piketty è di una disarmante semplicità: più tasse ai ricchi. Già in passato, in una ricerca condotta assieme al Nobel Peter Diamond (del Mit di Boston) e Emmanuel Saez (University of California, Berkeley), aveva stabilito che le imposte alle fasce più abbienti dovrebbero oscillare tra il 45 e il 70%.

D’altra parte negli anni di Franklin Delano Roosevelt, quando l'ineguaglianza aveva toccato i suoi massimi storici e la crisi del 1929 aveva creato legioni di poveri, i ricchi erano tassati al 91 per cento. Una percentuale che lentamente diminuì, ma che fino agli anni Settanta, prima di Ronald Reagan, rimase comunque ben al di sopra del 50%. Piketty sostiene che oggi, con un’ineguaglianza sociale che è superiore rispetto agli anni del New Deal rooseveltiano e una concentrazione di ricchezza in salita, è necessario tornare a quelle ricette a partire da un aumento delle imposte sull’eredità.

Piketty mostra con arguzia le ragioni storiche che hanno vanificato le previsioni apocalittiche di Marx: semplicemente il filosofo tedesco non aveva tenuto in debito conto la possibilità di una crescita impetuosa dell’economia e la diffusione della conoscenza. In altri termini, non aveva previsto la crescita di una classe media agiata e il conseguente allargamento del benessere. Ma la causa principale dell’ineguaglianza – la tendenza del ritorno del capitale a essere maggiore della crescita economica – resta in piedi.

E in questi anni, con un capitalismo asfittico che non riesce a decollare dal pantano della stagnazione, le differenze sociali si allargano e i ricchi si aggiudicano una fetta di ricchezza sempre maggiore.

Ancora un dato per ribadire il concetto. Negli Stati Uniti il 67% degli ultraricchi (quelli dello 0,1%) deve il proprio inusuale benessere all’eredità. In Italia, paese debole in statistica, questi dati non esistono, ma è probabile che siano ancora più estremi visto che da noi la ricchezza è ancora più concentrata e la scala sociale è ancora più ripida.

A questo punto è d’obbligo notare come le tasse sull’eredità siano diverse nei vari paesi. Qui ci addentriamo in questioni complesse che hanno a che fare con culture ataviche che nessuno vuole scoperchiare. Il fatto è che anche in questo caso l’Italia ha un record poco invidiabile.

Il paese che ha il massimo di ricchezza immobilizzato in rendite è anche il paese dove l’eredità è tassata di meno: una legge del 2006 prevede un prelievo massimo dell’8%, grasso che cola visto che Silvio Berlusconi, con una legge del 2001, l’aveva eliminato del tutto. Al contrario in Giappone, se l’eredità supera i tre milioni di dollari, la quota che va allo stato tocca il 50%, e persino nella patria del liberismo, gli Stati Uniti, per patrimoni sopra i cinque milioni si attesta al 40%.

Ma se esiste questo spread al contrario, perché i soloni di sinistra che tuonano per aumentare le imposte sul reddito dei ricchi (già a un livello record) non citano mai la necessità di tassare di più l’eredità, che in Italia è gravata in modo irrisorio? In fondo, nel primo caso di tratta di ricchezze guadagnate sul campo, e quindi in qualche modo “meritate”. Mentre non c’è alcun merito, direbbe Warren Buffett, nell’essere “figli dello sperma fortunato”.
Una spiegazione c’è. In Italia, che si tratti di Landini o di Berlusconi, una cosa non cambia mai: la mamma è sempre la mamma.

  • articolo interessante e analisi interessante, il problema però è non tenere in considerazione gli impieghi delle "eredità" e che il sistema "asfittico" economico non è dovuto alle "eredità" ma a condizioni generali in cui la crescita è soffocata da ben altre cose e da modelli di redistribuzione del reddito discutibili. da sempre molte eredità vengono lasciate sul piatto della beneficienza ma se non gestite poi adeguatamente non generano alcun beneficio. Buffet e Gates hanno generato valore e non solo accumulo, perchè gli investimenti finanziari di Buffet seguono una logica BEN diversa da quelli speculativi finanziari generali che hanno IMPOVERITO il sistema economico ! value inevsting è credere in crescita e premiare la crescita e non premiare la speculazione! quella va fermata ! la speculazione finanziaria. tornando alle eredità.. al momento sono anche salvezza per qualcuno (piccolo) che è soffocato e soffre di economie che sonon sacrse rispetto a quanto poteva fare la generazione precedente. parlo di piccole eredità e non grandi patrimoni. per i grandi patrimoni il problema è intanto come si sono fatti... poi magari come potranno essere impiegati. mi fa specie e da fastidio l'elogio di personaggi giovani e scaltri (vedi
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