domenica 20 ottobre 2013

Cent'anni fa...Vincenzo Martella

Cento anni fa, tra pochi giorni, è nato mio padre.
Il 23 dicembre del 1913, al numero 4 della strada larga (oggi via De Angelis) di Ischitella. 
Lui che ha vissuto meno della metà di questo secolo di tempo, (é morto il 10 marzo del 1956, il giorno della più grande nevicata del secolo scorso) non mi ha lasciato altro che un vuoto immenso mai colmato, nella mia vita ormai più lunga della sua. Ho letto il terrore della sua assenza negli occhi di una donna, rimasta vedova troppo giovane e, credo, di avere compreso il dramma di una vita senza il suo ombrello protettivo, dagli incubi di lei che che ho fatto miei. Cento anni, per più della metà, fatti di assenze. Mi rendo conto che non l'ho mai perdonato. Anche se gli ho testimoniato sempre il mio amore, il mio bisogno della sua presenza. Non c'è mattino che io non mi alzi con un pensiero a lui e a mia madre e non c'è giorno in cui io non mi rivolga a loro più volte. A loro due ho dedicato tanti miei scritti e nel 2007, a mio padre e alla sua Ischitella ho dedicato  "Il vento racconta" che ha in copertina, proprio la strada in cui lui era nato.  Non posso certo dire che non ho imparato niente da questa sua assenza, anzi, credo di aver tratto da essa, la decisione di essere tanto presente nella vita di quelli che sono arrivati dopo me. La disperazione mentale, che si somma alla sofferenza del cuore, quando, per vari motivi e colpe anche mie, non ho potuto godere della loro presenza, non è altro che la deriva di questa sua fissa mancanza.Oggi, per la prima volta, penso a quel pover'uomo, come  ad un figlio che mi è venuto a mancare, prima che io gli potessi essere padre. Aveva quarantadue anni e settanta giorni, quando è morto. quei settanta giorni che mancano ancora al suo anniversario. Cinque giorni dopo io ne compirò sessantacinque, povero figlio mio mancato. Alle sue spalle, il percorso è stato drammaticamente duro, ci ha forgiati tosti, capaci di bastarci, indipendenti e deboli contemporaneamente. Forti di quella forza in dote a chi sa di dovercela fare da sè, senza ausili a cui appoggiarsi. Il nostro viaggio è stato sempre cosciente che non avevamo un numero di soccorso da chiamare; cadi, ti rialzi e cammini.
Chi più, chi meno, abbiamo ormai fatto tutti più cammino di lui, restando in fila, così come ci aveva generati e lasciati. Forti così, si! ma deboli come deboli rende la marcia in solitudine, su un terreno, quello della vita, insidioso ed irto da scalare con fatica, pieno di insidie, quando si è soli. Così coscienti e determinati, dal sapere che é inutile aspettare aiuti dopo una caduta, che non ci siamo mai dato pena neppure di guardare alle spalle, se non stesse mai arrivando qualcuno in soccorso. Ognuno per sè, ognuno a suo modo. Deboli di quella forza che serve quando i pezzi del suo puzzle, mai finito, sono caduti dal suo piano, il lavoro cominciato e lasciato lì, ad aspettare invano che qualcuno terminasse il suo compito appena iniziato, incastrando i giorni rimasti dei figli, troppo piccoli per fare da soli. A volte accade che il testimone, cadente dalle mani di chi viene stroncato nella corsa, venga raccolto da chi, dopo di lui deve continuare la sfida, a volte. Forse chi lo raccoglie non farà una grande gara, ma sarebbe sempre una bella vittoria: finire il puzzle di famiglia facendo aderire i pezzi incastrandoli con l'affetto, il rispetto reciproco, la solidarietà ed educandoli alla coesione, sarebbe comunque una bella vincita e un soddisfacente premio, se, chi deve, raccogliesse il testimone. A volte succede. A noi non è capitato. Quello che doveva raccogliere il testimone, il corridore in staffetta al secondo posto, appena si è accorto della caduta del primo, dopo poco tempo, ha abbandonato la gara imprecando contro il compagno, per la brutta figura: cadere così, a gara appena iniziata...gli ha fatto cadere le braccia e lui ha abbandonato la pista. Così il nostro puzzle si è scomposto piano piano. Il tempo e le tempeste hanno allentato i pezzi messi in cornice che dovevano contenere gli altri e, piano piano, sono caduti. Oggi, cento anni dopo quel 23 dicembre in cui nasceva, Vincenzo Martella, dovrà guardare in diverse direzioni se vorrà rivedere i pezzi del suo lavoro iniziato e mai portato a termine. Chissà se un compito così difficile da vivo, immane sicuramente nei tempi moderni: tenere unita una famiglia, non sia un intrigante hobby da portare felicemente a termine da morto, dopo tanti anni. Chi lo può mai dire...non é di là che si fanno i miracoli?