martedì 6 agosto 2013

Il '68

Il Sessantotto

Successe un dì di bruma. A primavera.
Pareva promettesse tempo buono e come ogni volta, appena
alzato, lui sortì fuori con l’animo disposto a fare le solite cose del
mestiere. Ma, appena messo il naso fuori l’uscio, s’accorse che
lì l’aria non tirava; sentiva addosso quella sensazione che si
sente quando qualcosa non ti va giusta per il verso suo e, giunto
al bordo del recinto, s’appoggiò col muso sopra il tronco, che
fungeva da porta allo steccato; guardò in cerca di cosa non filava
e fu attirato dalla confusione che facevano le pecore tutte
assieme.
– Che strano... – pensò – ...stan tutte laggiù in fondo e fanno
ressa: “E allora? – gli gridò – che vi succede?” ma quelle non gli
diedero attenzione. Allora lui girò intorno allo steccato e s’avvicinò
alla posizione dove stavano le pecore in... riunione.
Appena una vecchia pecora lo vide belò a tutte le altre: “State
zitte, che è arrivato il servo del padrone!”
Allora proprio da in mezzo all’assembramento, dove più forte
era la discussione, si fece avanti il vecchio castrato, con al fianco
suo un giovane montone.
“Che vi succede?” gli chiese il pecoraro a quello che pareva il
caporione.
“Bèèèèèèèè... ci succede che ci siamo stufati e vaglielo pure a
dire al tuo padrone!”
“Basta con ’sta condizione disumana!” belavano tutte le altre
in coro.
“Ma che vi sta a piglià... siete impazzite? Di che vi lamentate,
pecoroni, sbafate tutto il giorno e vi lagnate, invece d’esser grate
al mio padrone?!”
Allora s’avanzò il giovane montone: “Bééé... al tuo padrone
non si può essere grati, perché ci espropria dei nostri sudori! Lo
sai che cosa dice la gente? Che buon formaggio che fanno i
pastori! Ma lo sai che è tutto merito nostro, che siamo noi del
latte i produttori?!”
“Ma che vuol dire.... è lui che vi ha comprato, che ci ha fatto
su l’investimento, voi non sapete quanto gli è costato, credete
sia uno scherzo farvi mangiare?”
“Bèèèèèè... sì – rinfocolò il castrato – tu c’hai il cervello che
ormai è asservito, non ti ricordi più del tuo antenato che era
nemico nostro, ma per suo conto e non per fare il lacchè dei
padroni!”
“Che c’entra? – fece allora l’alsaziano – son tempi andati,
cose del passato. Altri son selvaggi su per i monti, noi, invece,
ci siamo civilizzati e facciamo i guardiani per i padroni, bisogna
far qualcosa per campare e noialtri abbiamo ’sto dovere; voialtre
siete fortunate: tutto il giorno a spasso e lui vi sfama e voi come
lo ricambiate? Volete sovvertire la situazione? Se non tornate
calme come prima, a qualcuno gli lascio i denti nel prosciutto!”
Poi ringhiò forte e fece il muso brutto.
“Bèèèèèè... Ci sfama per tornaconto suo: per farci far più lana
e per l’ingrasso! Ma poi, appena trova la convenienza, ti ritrovi
senza la pelle addosso, appeso al gancio del carnaio, nella
macelleria del paese... e tu dici che lo dovremmo ringraziare?!
E non ringhiare, non far provocazioni!”
Il cane dalla rabbia non ci vedeva e disse ai due:
“Siete sobillatori! Se ognuno non torna al posto suo, vi giuro
che vi sbrano con piacere! Così t’insegno – disse rivolto all’ariete
– a badare alle cornacce tue!”
“Bèèèèè... Ma che vuoi fare – disse allora un agnello – pure
noi giovani studenti siamo d’accordo, vogliamo riconosciuti i
diritti uguali a tutti gli altri lavoratori ed è meglio che ti adegui
alle richieste, se no qua succede un... sessantotto!”
E un gran belato si leva dalla massa.
Il guardiano un po’ intimorito si chiedeva, che cosa fare in
simili frangenti, poi pensò che nell’indecisione, è sempre meglio
temporeggiare, affinché arrivassero i padroni e così disse ai
caporioni:
“Su! Forza, ditemi che volete. Di quali diritti mi parlate?!”
Ed allora si levò dalla massa una gran caciara di richieste,
uno gridò con il pugno alzato: “Giù la staccionata… che vogliamo
campare in libertà!”
Un’altra, una graziosa pecorella, disse: “Ce vo la parità! A noi
pecore lana, latte e agnelli... tutto questo ci tocca fa’ e, in cambio
ci munge con violenza, ci ficca le mani dappertutto, c’abbiamo
pure noi una dignità!”
“Bèèèèè... Calma, calma – esortò il castrato – noi c’abbiamo
l’obbligo di fare, almeno una scala delle priorità ed allora ci
vuole un’organigramma ed io le cose le metterei così: bèèèèè per
prima c’è la staccionata, che ci limita nella libertà; secondo…
bèèèè… la questione della mensa, bisogna dì che nun se pò
magnà... Vogliamo l’erba fresca de montagna e non ’sto fieno
d’infima qualità... Terzo... e questo qui riguarda quelli come me
direttamente, vogliamo la completa abolizione de ’sta pratica
violenta e disumana, che fa di un baldo e giovane montone,
soltanto un castrato che fa pietà!
Quarto...”
“Quarto – gli disse il lupo – la finite! Ma vi rendete conto di
che dite?! Queste richieste non posso soddisfare perché c’è un
prezzo che non si sopporta. Se vi conviene, la solfa è questa qua.
Se no ci stanno altre soluzioni: una, ad esempio, è che domattina,
al macellaio servono montoni!”
“Béééé… Questa è repressione!” belò uno.
Dopo si scatenò una confusione.
Il cane si difendeva come poteva, ma di fronte al numero del
gregge, ce ne vuole più d’uno di Alsaziano, oppure ce vò un santo
che ti protegge.
Ci fu un gran polverone e tante botte: qualcuno si ferì – roba
da poco – uno, invece, al cane, quasi gli ruppe una mano con un
bastone. La situazione stava per precipitare, quando ’sta specie
di rivoluzione, aveva attirata l’attenzione di tutta la famiglia
dei padroni che, arrivati sul posto dello scontro, richiamarono
tutti quanti all’ordine e, appena ritornò la quiete, quello più
anziano gridò : “Ma chi si crede, di poter aizzare la popolazione,
di organizzare la lotta contro i padroni?!”
“Béééééé... bééééé – disse allora il vecchio castrato – il fatto
è che la gente è stracca di stare in galera e di batter fiacca e
rivendica un trattamento nuovo: vogliamo che la riforma s’ha
da fare!”
“La riforma – disse uno dei padroni approssimandosi minaccioso
al gregge – ve la facciamo noi con i bastoni!”
Una pecora, mamma di due figli, si fece avanti e disse:
“Ragioniamo, se tu ci meni, se ci dai al carnaio... bééé... mica
avrai risolta la situazione, perché noialtre, quelle che restiamo,
ce rifiuteremo de magnà, così smagriamo e non facciamo latte...
e tu ci dici come fai a campà?”
“Ed hai ragione – fece il padrone anziano – cercherò di darvi
quel che posso. Avanti su!! Fatemi le richieste, ma attenti a non
ridurmi proprio all’osso, se no, non mi conviene continuare e vi
liquido con l’attività, senza nemmeno la cassa integrazione!”
Al che il castrato si rigonfiò di petto e in due secondi, gli
ritirava fuori, tutte le richieste del programma; alla fine disse:
“Béééè… che fa?…”
Allora, il padrone si rivolse al lupo: “Perché ti sei aizzato? Se
le richieste stanno tutte qua, in quattro e quattr’otto v’accontento!”
Illudendo le pecore di vittoria e gli altri padroni di sgomento.
“Voi volete buttar giù la staccionata, io v’accontento, ma...
attenti che la notte ci sono i lupi che vi vogliono mangiare, ma
questi sono affari vostri...” Tacque un istante, fingendo di
pensare.
Ci fu una consultazione della base così veloce da meravigliare.
Dopo il montone parlò con voce a resa: “’Sta cosa la lassamo
stà...”
Col ghigno soddisfatto della cosa: “Va bene! – ricominciò il
padrone – passiamo alla questione della mensa, volete l’erba
fresca di montagna? Io son d’accordo, mi darà più latte, ma
l’erba sta lassù – ed indicò il monte – e una bella scarpinata mi
ci va, avanti partiamo, andiamola a cercare!”
Tutte le pecore guardarono la cima e, con negli occhi l’aria
della prima, chinarono il muso verso il fieno e si capirono senza
dover parlare.
“La terza cosa, la storia del castrato – disse ancora l’uomo e
tirò il fiato – è una cosa che si può fare davvero; così voi avrete
l’amore libero ed io avrò il recinto pieno... solo che per mangiare
poi tutti quanti, avrete da farvi bastare il fieno, che tanto più di
questo non ne ho...”
Le pecore preoccupate seriamente dissero: “Bééé... no... via...
lassamo stà, che non si mettono i figli al mondo, se non si ha
neanche da magnà.”
Si fece avanti una bella tonda e disse rivolta al suo padrone:
“Su queste cose c’hai proprio ragione, anzi – disse – son stufa
d’esser pregna – e guardando di traverso il montone disse – una
cosa però ce la puoi fare: facci il favore, castra questo qua”.
Così finì che quel dì di bruma, che prometteva la rivoluzione,
non ha fruttato altro che castrati, con la soddisfazione del
padrone e del cane, che, andandosene a dormire, pensava: “È
stata proprio una bella lezione... le pecore son pecore, che ci vuoi
fare!”
da "Il vento racconta" Bastogi editore 2007