venerdì 12 aprile 2013

Il Gargano


da "Il vento racconta..." Bastogi editrice 2007

Il Gargano

Certe zone del pianeta hanno scelto per prime.

Quando il Creato si dispose sul globo, plasmando continenti
emersi e sommersi, foreste e deserti, mari e monti, certe zone
ebbero l’occasione di scegliere per prime, in virtù di un ordine
stabilito dal Creatore e loro si buttarono capofitto su alcuni
optional di grande effetto, il magazzino era pieno. 
Successe allo stesso modo in tutto il mondo. 
I giapponesi vollero il Fujiyama colla cima imbiancata, gli
Stati Uniti del Nord America vollero il fiume più grande del
pianeta colle Niagara Falls e il Gran Canyon, l’America del sud
volle le Grandi Foreste ed oggi sono nei guai e si puzzano dalla
fame, perché tutti vanno lì a tagliare alberi per costruirsi mobili
e barche, ma se loro si azzardano a tagliarne uno, tutti sul
mondo protestano per proteggere “Il polmone del pianeta” e loro
sono fottuti. 
Mano a mano che le zone più grandi sceglievano, nel magazzino
degli optional cominciavano a crearsi dei vuoti, così chi
arrivava dopo era costretto a prendere quello che rimaneva. 
In Italia intanto... Napoli scelse di nascere sulla costa
Amalfitana e si addobbò l’orizzonte col Vesuvio e col pennacchio,
Venezia osò di più e si ritrovò non vicino al mare ma dentro e
d’allora veste con gonne e lingerie che, uniche al mondo, rubano
merletti e trasparenze, riflessi e colori direttamente all’acqua.
Avrebbe voluto anche lei qualcosa che annichilisse il Vesuvio,
ma nello scomparto dedicato all’Italia questi optional erano
andati a ruba al sud, ad appannaggio delle isole, tra le quali la
maggiore la Sicilia aveva dato scacco a tutte con un diamante
rosso fuoco come l’Etna e aveva completato l’opera facendo man
bassa con tutta una collana di piccole isole vulcaniche: Stromboli;
 Vulcano; Panarea e Maratea, e tante piccole perline di contorno.
Questi bracieri naturali e la loro lava, che stagionalmente
si sparano i migliori fuochi d’artificio e disegnano strade nuove
di fiumi incandescenti. 
La Calabria si inoltrò nel mare più blu del Mediterraneo e si
mise in testa la Sila grande e sul petto orgoglioso, la Sila piccola.
Le altre regioni, tutte con le coste merlettate dal mare ed un po’
gelose degli sguardi dei vicini, si coprirono alla vista delle
confinanti con gli Appennini. Ma nel magazzino rimanevano
sempre meno tesori naturali tra i quali scegliere, anche se mano
a mano che qualcuno portava via il pezzo migliore, subito
qualcos’altro si stagliava all’orizzonte facendosi notare sulle
rimanenze. Ma ormai si affrettavano le ultime regioni a prendere
quel poco che rimaneva e, tra di esse qualcuno riuscì
ancora a soddisfare le proprie mire. Così l’Abruzzo si accaparrò
il Gran Sasso, il Lazio scippò dallo scatolone la capitale e la
adornò di monumenti gloriosi e l’appannaggio della storia, le
Marche le grotte di Frasassi che pochi conoscono ma sono le più
belle d’Europa e tanti colori per le sue terre, le regioni del nord
pensarono bene a difendere i confini e si coronarono con una
catena montuosa unica, nacquero così le Alpi e tra loro, cime
spettacolari e valli deliziose e deliziate da merletti di fiumi e
cascate e tanti laghetti di montagna blu cobalto. Dettero la cima
più alta d’Europa alla valle d’Aosta, la più piccola delle regioni
italiane e forse per questo da sempre la più coccolata tra tutte
le altre. Il Piemonte, contemplava le sue cime e si perse a
guardare quanto erano belle e vaste e così, dopo aver scelto il Po,
il fiume più lungo della penisola, la sua Torino, austera e
ordinata, si nominò capitale e si adagiò a valle sulle sponde che
costeggiavano le bellissime colline monregalesi e prese a addobbarle
con la cattedrale di Superga in alto, con la Gran Madre in
basso e così via... Poi... Così avvenne dappertutto ed ogni città
scelse il suo luogo ed ogni luogo le sue peculiarità. Avvenne così
su tutto il pianeta, ognuno sistemava i suoi piccoli e grandi
tesori. 
Prima gli Stati, poi le Regioni, le Province, le grandi città, poi
quelle più piccole ed i grandi comuni e poi infine i piccoli centri
 e buone ultime le borgate. Quando toccò alle Puglie, tre gemelle
molto simili tra loro anche nel dolce carattere, nel magazzino
non era rimasto quasi più niente e le chance di prendere
qualcosa di buono erano veramente poche, così dopo essersi
guardate attorno, non restò che raccogliere le briciole di quello
che restava e… quel pavimento vuoto, lucido del grande magazzino
ormai completamente saccheggiato. 
Le tre ragazze, srotolarono il lungo pavimento a sud del
piccolo Molise, di fianco alle vertebre spinali degli Appennini
Campani che dalla sua parte chiamarono Monti Dauni, dal
nome della prima sorella la quale, felice, si ricordò di quel
grumo che aveva raccolto.
 Daunia tirò fuori dalla tasca del leggero vestito di cotonina
fiorita, quella pagnotta di montagna che era rimasta in un
angolo del magazzino, come dimenticata da qualcuno e che lei
aveva raccolto e messa via senza pensare a cosa farne, la
appoggiò sul lato orientale del leggero pavimento per paura che
si sollevasse con la brezza del mare Adriatico e lo chiamò
Gargano.
Raccolse delle briciole che le erano cadute su quella immensa
pianura che, ormai aveva deciso, avrebbe chiamata Tavoliere
delle Puglie. Anche se le sorelle si erano divisa la regione in
parti uguali, la proprietà rimaneva comunque comune, in
famiglia. Buttò gli scogli più in là in mare, in quel punto però,
il fondale non era molto profondo, le briciole non affondarono
del tutto e rimasero visibili sull’acqua, lei si girò a guardarle e
nell’ammirarle, un tremito di tenerezza le percorse la schiena:
“Tremiti..” pensò, le chiamerò così.
Alla fine, stanca ma contenta, si sedette sul cucuzzolo più
occidentale del promontorio e, era ormai il tramonto, guardò
soddisfatta il lavoro fatto…
“Che tramonto…” pensò mentre un sorriso le increspava
teneramente le labbra “…veramente da sogno... chi guarderà i
tramonti da questo punto si sentirà un regnante...” Daunia
faceva le cose con una naturalezza disarmante, sembrava
giocare senza impegno, ma appena pensata una cosa la realizzava
senza più pensarci, su quel palco naturale nacque Rignano,
i suoi tramonti hanno un sacco di ammiratori tutte le sere. Si
sdraiò al riparo di due crinali e si addormentò. Si svegliò prima
dell’alba il mattino seguente, aveva il capo su un morbido colle
interno del promontorio, si girò sbadigliando a guardare dove si
trovassero le sue Tremiti e... mentre le cercava sul taglio
d’argento dell’orizzonte, la meraviglia le riempì gli occhi: d’innanzi
a se aveva un’alba incredibile per la trasparenza e i colori.
 “Ma questo sì che è un Belvedere!…” chiosò allegra, mentre
un Nibbio maestoso fischiò in cielo.
Lei decise che lì vicino doveva nascere un paese, dove
romantici cantori avrebbero scritto e recitato i loro poemi per
uno spettacolo così speciale e siccome in quel luogo c’era un
bellissima foresta scura di carrubi, ulivi e faggi secolari, la
costruì di pietra bianca ed esposta al sole che riflettesse come
una perla: “Si chiamerà Ischitella..” decise sorridendo all’idea…
poi si piazzò su una cima più vicina possibile alle stelle, ma
comoda per farsi venire a trovare dagli amici della valle e scrisse
una lista di cose con le quali arredare quel suo posto. Scelse
l’Aurora e non sapendo che tipo di alba scegliere barrò la casella
“variabile”, cosicché ogni mattina l’alba, da quel Belvedere, è
sempre diversa e spettacolare. Perfino l’ora non è quasi mai la
stessa. Ma qualsiasi sia l’ora, qualsiasi sia l’abito che quel
giorno ha deciso di indossare per andare a dare la sveglia alla
gente, di una cosa potete essere certi, l’alba dal Belvedere di
Ischitella sarà sempre la più bella di tutti i posti del mondo! Se
inizia con un cielo coperto di nuvole che sembrano promettere
chissà quali guai, prosegue di certo, con un gioco di raggi di sole
che filtrano tra di loro e che sembrano riflettori puntati su
piccoli pezzi di Paradiso. Daunia poggiò un paese in ogni luogo
dove filtrava la luce dalle nuvole: Peschici, Vieste, Mattinata e
poi Rodi, Carpino, Montesantangelo e San Giovanni Rotondo,
San Nicandro e Cagnano Varano. Dopo cominciò ad ornare le
coste con mille baie e anfratti segreti: Baia delle zagare e
Pugnochiuso, Baia degli Ulivi e Mattinatella e mille altre
ancora. Due depressioni nel terreno, vicino alla costa a nord del
Gargano, attirarono l’attenzione della giovane donna che, con
un dito, fece dei solchi nella sabbia dorata della costa e l’acqua
dal mare scorse nelle polle dal canale delle Pietre Nere e da
Capoiale e Foce Varano, creando così due magnifici laghi a
Lesina e a Varano. Poi si divertì a creare cento magnifiche
grotte, spiaggette segrete e bianchissime, faraglioni e strapiombi
lungo tutta la costa, dai quali ciondolavano nel vuoto,
dei magnifici riccioli e boccoli di capperi in fiore. Disseminò
posti stupendi nelle pieghe del promontorio, valli generose e
piene di fiori. L’alba, però, rimase l’opzione preferita della
giovane Dea della Capitanata e, se un’alba è serena, il vento se
ne sta buono buono ad aspettare, che lei abbia indossato il
celeste preferito e poi, quasi a fare festa a questo cielo che ha la
trasparenza e l’azzurro degli occhi delle donne di queste parti,
profondo come il verde del mare, una brezza dolcissima, comincia
a soffiare contro le coste frastagliate intorno, disegnando
merletti bianchi arricciati sullo sfondo blu cobalto dell’Adriatico,
per far l’abito di Daunia più allegro e vezzoso.
 Che dire poi quando, solo ogni tanto in verità, l’alba decide
di indossare quegli abiti che non si sa di dove li tiri fuori e che
hanno tutte le gradazioni del rosso e che accendono il cielo in
una festa di ciclamini purpurei ed inquietanti che sembrano
un’iperbole emotiva che ti travolge in una festa a cui non eri
invitato e che sono sempre quelle che riescono meglio, come
quelle a casa di amici che nessuno si conosce tra di loro e
nessuno sa chi è il padrone di casa. Quelle albe sono per
occasioni speciali, giorni in cui nascono amori che dureranno
per sempre e si vede il primo dentino nella bocca di un bambino
che da grande diventerà importante e tante cose belle, è come
quando un caro viene dimesso da un ospedale guarito e tutti si
commuovono.
 In queste giornate, pare che aumentano incredibilmente le
giocate al lotto e pare che tutti i giocatori vincano e portano fiori
e poi fuori a cena le loro donne e poi va a finire che ci fanno
l’amore tutta la notte. Qualche maligno dice che l’alba del
Gargano rubi quei vestiti dall’armadio del tramonto, che, distratto
com’è dal cercare di fare anche lui qualcosa che faccia
rimanere la gente a bocca aperta, davanti alla parata di chiusura
che promuove ogni sera e che spesso riesce veramente
bene, non si accorge della sottrazione degli abiti migliori a cui,
poi, l’alba dà un tocco personale giocando sulle luci e sulle
trasparenze, lei che può, aiutata com’è dalla luce del giorno,
dagli azzurri del cielo e dal verde-blu del mare, elementi questi
imprescindibili per mettere su uno spettacolo all’alba. Lui,
poverino, ha provato a trattenere il respiro per fermare più a
lungo il giorno, tenerlo ancora un po’ per chiudere con una
sinfonia di chiaroscuri degno di una marcia trionfale, ma il
risultato è sempre lo stesso: anche se certi giorni comincia
prima, appena nel pomeriggio e col sole ancora alto, finisce
sempre che piano piano si abbassano le luci, il cielo diventa
prima scuro, poi nero ed alla fine gli tolgono del tutto la corrente
e lo spettacolo si chiude ed è notte. A me è pure venuto il sospetto
che l’alba ed il tramonto, qui sul Gargano non siano rivali, ma
in combutta tra di loro e che ci prendono in giro benevolmente
facendoci credere ad una loro battaglia per la conquista delle
preferenze, ma che invece, ubriacandoci di colori, emozioni e
musiche stupende, ci costringano ad essere innamorati di
entrambi. Meno male che la notte qui è di quelle che inducono
a guardare le stelle, qui tanto vicine, dall’interno di una stanza
calda e che dopo aver fatto bene l’amore, possiamo dormire
tranquilli.

Meno male.


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