giovedì 17 gennaio 2013

I Volti Mancanti" - Non ci sono più gli emigranti di una volta...

Quando,da  almeno dieci anni fa, ho cominciato a ricercare, a scrivere delle nostre radici tranciate dall'emigrazione, qualcuno mi scrisse dal paese (Adriano Grimaldi) per complimentarsi con me per quello che aveva letto e mi esortava a non lasciare quella strada, perché era il mio "tratturo di partenza", una strada che io conoscevo bene. Ad altri, in realtà, la cosa dette pure qualche fastidio, perché io non scrivevo dell'emigrazione, ma degli emigranti, dei "Volti Mancanti" del paese e nel paese. Il mio tentativo (era proprio quello che dava fastidio) voleva essere un modo per rendere vive alcune figure scomparse con l'emigrazione e scordate da chi era rimasto. Ri-Dare storia a chi era scomparso nel nulla e non aveva lasciato scie tracciabili. Penso agli emigrati dal paese in Australia (e se ne sono trovati) in Sudafrica (manco ce lo aspettavamo) in molte altre nazioni del mondo(e sono tante) in cui abbiamo rintracciato i figli e i nipoti dei nostri compaesani. Ne abbiamo fatto riaffiorare le origini, le parentele ma non solo; i sentimenti, le nostalgie che nutrivano(non più?) nei confronti del nostro piccolo ed insignificante paesello rurale, spettatore per secoli della transumanza abruzzese e da essa contagiato. Come dimenticarsi delle disperate parole di  Sal Lancieri, che dalla America scriveva " non voglio morire senza che la terra dei miei avi mi scorra tra le dita". Ma proprio questo personalizzare l'emigrante (l'ho già detto?) ha dato fastidio a qualcuno. Tra quelli rimasti non si amava che si parlasse specificatamente di parenti emigrati "lascia perdere le persone che non ci sono più...i nomi i soprannomi, son cose morte, che vai a scavare fuori dalle tombe..."e alcuni di quelli partiti  "...Emigranti...noi non ci sentiamo tali...potevamo vivere bene anche in paese...nostro padre non ci aveva mai fatto mancare nulla..." ( di solito queste ultime parole erano dette più dalle femmine), insomma i miei "Volti Mancanti" era un'operazione che piaceva poco sia fuori che dentro il paese. Il tutto era fortemente contrastato dall'aria che respiravo ogni volta che ci tornavo; chi (secondo me) avrebbe dovuto stimolare un lavoro simile, che avrebbe necessariamente dovuto trovare una certa interazione tra il dentro e il fuori, l'istituzione pubblica, osteggiava parecchio la mia intrusione nella vita paesana. Un anonimo mi scrisse in quel periodo " proprio tu che hai tradito il paese lasciandolo ora vorresti fare qualcosa?" ed io non capii.
Non è che ora io abbia tutto chiaro. Una volta tornavi al paese e lo trovavi sempre più in là ( in senso temporale ma anche chilometrico) di dove lo avevi lasciato, pensavo che gli anni passavano più in fretta e la fatica per raggiungerlo cresceva. Oggi invece, noi che siamo emigrati, non lo riconosciamo più. In un primo tempo ho pensato alle cose che descrivevo nei "Miei giorni di vetro", odori, sapori, paesaggi e suoni mutati, persone estranee che non conoscevi e volti mancanti che non ritrovavi, ma non era solo quello. Sono tre anni che manco dal ritornarci. Ora, una notte come molte, mi torna alla mente (è un lit motiv delle mie notti insonni) il campanile che vedo dalla collina di Difensuola e comprendo meglio perché comincio a non sentire più la necessità di tornarci. Ho visto in molti miei compaesani nati prima di me, la necessità fisica di voler tornare al paese colle proprie ossa a riposarle nella "nostra terra". Non la toccheranno neppure, finiscono tutti in nidi di cemento al di sopra di essa e non lo sapranno mai. Comunque io immaginavo che con l'avvicinarmi alla curva del mio orizzonte, questa necessità si sarebbe manifestata più forte. mi sono chiesto spesso come l'avrei affrontata. Ora, sarà perché ancora non vedo l'orizzonte (continuo a camminare e lui è sempre così distante) sarà perché quando uno é insonne a qualcosa deve pur pensare, mi sembra più chiaro, d'un tratto, tutto. Non ci sono più tante cose di una volta, tra le tante non ci sono più neppure gli emigranti. I nostri padri partivano coi bastimenti per le Americhe, per l'Australia, il Canada, posti da cui non tutti sarebbero potuti tornare. Non avevano alcuna idea di dove sarebbero sbarcati, di che lingua si parlava e come fare ( loro che avevano scarne nozioni scolastiche) per impararne una nuova, neppure si ponevano il problema di come avrebbero fatto quando sarebbero arrivati; l'unica cosa certa che sapevano, era che erano stati spinti a salire su un bastimento a carbone, per fame. Mica sapevano che se si spostavano di cento chilometri, magari trovavano un lavoro. Gli altri andavano al porto e li andavano anche loro. Cento chilometri o o un milione...sempre emigrazione era. Non avrebbero mai pensato " ma io poi come torno?" Si partiva per andar via e cercare un altro destino, mica si pensava di tornarci in vacanza. poi le cose cambiarono un tantino: emigrazione europea, interna al nord, la macchina per tutti...bisognava pur far vedere al paese che avevamo la seicento nuova...ed allora? Autostrade piene da luglio a settembre e tutti come formiche su e giù per lo stivale. Due, tre giorni di viaggio dalla Germania al paese, poche ore di sonno strappate dalle notti fresche e piene di zanzare intorno Rimini e poi...panini e briciole sul sedile, acqua calda da bere...una fatica bestiale con macchine stipate di ogni cosa per raggiungere isola Varano per 15 giorni e qualche puntata in paese per dare meno fastidio possibile ai parenti. L'emigrazione era questa, gli emigranti eravamo(siamo?)questi, ed io, convinto che la struggente nostalgia di chi lascia il paese sia rimasta uguale a prima, chiedevo ai giovani emigranti di oggi ("si emigra più di allora" mi dicevano) come mai non si scrivessero nel nostro gruppo, perché mai non mi aiutavano a raccogliere fili, ad intrecciare storie...In realtà me lo disse chiaro anche un mio amico; dottore in quel di Parma, rispose in piazza alla mia richiesta: " ma io mica sono un emigrante, io sono ogni settimana qua al paese, stò più qui che là!" Sono io che non avevo capito niente( grazie Filippo) poi mi resi conto che i giovani del paese emigrano si, ma non vanno lontano. Bari, Foggia o Termoli, Pescara o Ancona, molti a Roma, qualcuno in Toscana, parecchi in Emilia e Romagna, molto pochi a Milano quasi nessuno a Torino. Si muovono si, ma a poca distanza dal paese dove ci tornano ogni quindici giorni. Non vanno via, mancano dalla piazza solo il tempo tra una passeggiata e l'altra. Alcuni sono stati fuori solo per laurearsi, poi sono tornati in paese ed hanno avviato delle attività nuove, creandosi un lavoro ed un mercato, posti di lavoro per se ed altri, coltivano le terre dei padri ma ne traggono prodotti d'eccellenza, iniziative culturali e non sono gente che non ha titoli per poter avere " un buon posto" presso aziende "importanti", hanno anteposto al lavoro che avrebbero trovato fuori, quello che potevano fare dentro" la quantità di soldi che potevano fare con la qualità della vita che potevano avere. Gli altri, quelli che vanno a lavorare fuori, vanno e tornano. Tornano con mogli e figli, i nipoti vedono i nonni più spesso dei miei che stanno a Torino, i genitori non perdono i figli per sempre e i figli rimangono tali finché uno di loro vive. Non è una emigrazione che trancia affetti, amicizie, storia personale, è piuttosto...vado al lavoro e poi torno. Anche per chi sembra essere più lontano (fino a Milano?) i treni ad alta velocità portano a Pescara in poche ore, semmai sono quei pochi chilometri dopo che durano di più...e solo perché Il Gino Lisa di Foggia non è mai stato reso all'altezza della necessità di una Regione macrocefala (l'aeroporto di Foggia servirebbe ad aumentare il turismo sul Gargano, servirebbe fino all'avellinese e al Molise) e per questo oggi è ancora impossibile arrivare in due ore (e 20 euro) dall'Inghilterra o da Madrid direttamente a casa con Ryanair). Ma anche quando i giovani sono distanti da casa continuano ad esserci. I cellulari, la navigazione in internet i social network, consentono di mantenere i rapporti in tempo reale " Mamma guarda, la bambina ha messo un dentino...sorridi amore che nonna ti vede con la webcam o dall'ipod".  La crisi poi ha accentuato questa migrazione a corto raggio o niente. Posti di lavoro al nord non ce ne sono più, la ripresa dell'occupazione non assorbirà più mano d'opera meridionale, i giovani non sono più come eravamo noi; braccianti buoni per avvitar bulloni, oggi loro sono ingegneri telematici, specializzati in hardware, in software, hanno lauree e master in diverse lingue, lavorano per aziende internazionali con sedi in molte capitali, fanno riunioni in contemporanea dai cinque continenti ed in multi-language, sono work-at-home. Ecco perché noi, emigrati quando una lettera ci metteva quindici giorni ad arrivare a casa, quando dall'America si scriveva su una carta azzurrina sottilissima e la busta diceva "Posta Aerea", ad un certo punto non abbiamo più trovato fili da congiungere con le nostre radici. Noi siamo emigrati ed abbiamo impoverito il nostro paese di giovani, di donne, di bambini, di cultura, loro sono rimasti e ci hanno dimostrato che si può, che abbiamo sbagliato, loro non si sentono lontano da se stessi, non lo sono. Insomma, questo mondo che ci ha sbattuti come palline da ping pong da un lato all'altro dell'universo, facendoci sentire emigranti dovunque andassimo, ora ci toglie continuità e ci rende pan per focaccia per quello che noi abbiamo tolto al nostro paese e ci condanna per sempre ad essere gli ultimi emigranti. Eh no, grazie alle nuove tecnologie, ai nuovi lavori che si possono fare anche da casa e che, anche se sei donna puoi essere ingegnere spaziale o altro grazie ad internet, non ci sono più gli emigranti di una volta.