giovedì 12 aprile 2012

Lo stargate

La giornata brumosa di fine ottobre, ovattava i contorni delle case delle borgate e dei filari di olmi e ontani, che merlettavano le bealere di ombre grigie scheletriche, nella piana dei sabbioni che scendeva verso il Sangone. Dai camini  delle poche case abitate usciva un timido filo di fumo bianco che non faceva molta strada, la nebbia lo assorbiva annichilendolo e stemperandolo quasi immediatamente, nutrendosi e alimentandosi. Le ombre silenziose delle case vuote, aumentavano il senso di solitudine della vita in campagna. Da oltre un mese non si vedevano più arrivare i “domenicali” (come li chiamava lui quelli che usavano le case di campagna solo nel fine settimana) con le loro auto stracolme di provviste cibarie, al punto  da incutere qualche timore per i valori dei loro trigliceridi, dopo le pantagrueliche arrosticciate della domenica, nelle quali venivano raggiunti da comitive di amici complete di foruncolosi adolescenti che torturavano i suoi cani, con le loro chiassose scorribande, facendoli abbaiare senza sosta fino alla loro partenza per la città. Solo nella tarda serata della domenica si quietava la vita della borgata, quando ri partivano le auto dalla guida insicura di chi non aveva smaltito la libagione, allora tornava la calma nel piccolo borgo e la vita riprendeva il suo ritmo sereno, dilatando il tempo. I cani si accucciavano esausti ed il silenzio stonava con la giornata trascorsa fino  poco prima. A ricordare l’invasione, il lunedì mattina, restavano i bidoni della raccolta rifiuti, strapieni  in ogni dove e circondati da un numero incredibile di bottiglie vuote, sacchi di plastica pieni di risultanze dei banchetti, testimoniavano i bagordi domenicali di  quegli strani amanti della vita di campagna: moderni vandali. Durante la notte volpi e faine avrebbero fatto scempio dei loro rifiuti e fatto abbaiare continuamente i nostri cani nei cortili.
Verso la fine di ottobre 2007,  passeggiavo con i miei cani lunghe le sponde del Sangone, i colori dei boschi, appena attenuati dalla prime brume, mi riempivano gli occhi di dolce malinconia. Quel pomeriggio era venuto a trovarmi un mio amico d’infanzia. Era tornato dal paese per qualche giorno. Se n’era andato giù già dai primi giorni di quel mese senza avermelo fatto sapere, la salute del vecchio padre da tempo precaria, stava velocemente peggiorando. Il padre, Diego, era stato amico d’infanzia del mio, ed era l’ultimo anello di congiunzione, la memoria vivente di mio padre. Doveva essere , sicuramente, una delle prime persone che dovevo aver visto quando avevo aperto gli occhi, alla mia nascita. Prima che ripartisse, quella sera stessa, mi recai a casa sua, per potergli dare una poesia che avevo scritto per le ultime ore del suo genitore. Quello era il mio modo di stargli vicino, di fargli capire che quanto gli stava succedendo, aveva per me un significato di grande rilevanza ed era un’occasione unica per mandare attraverso il padre una mia epistola a mio padre. Furono le parole che gli dissi, mentre gliela diedi salutandolo quella sera, in realtà avrei voluto andare giù con lui. Risalendo in macchina verso la mia borgata a Giaveno, guardavo le brume  che stavano avvolgendo per la notte, gli ontani, i lecci  e le fratte di bosso, lungo le ripe dei canali che segnavano come vene la Valsangone. Il viaggio di ritorno era poco più di una passeggiata, le stradine di campagna, umide di foglie cadute che marcivano sul bordo dell’asfalto, riflettendo le luci dei fari come mille falene, riparlavo con mia moglie Ioana di quanto era stato importante quell’uomo per me e i miei fratelli,, orfani del padre da piccoli. Tutte le notizie che avevamo sul nostro genitore da giovane, erano state attinte alla sua conoscenza diretta, la sua voce era stata la colonna sonora che accompagnava le immagini che suggeriva alla mia mente. Rievocai gran parte dei suoi racconti e facendolo mi resi conto piano piano, che quel serbatoio storie dette e ripetute mille volte, ma sempre ascoltate e mandate giù come un bicchiere d’acqua fresca per me ristoratrice, si stava chiudendo per sempre. Mio padre giovane e vivo, combinava col suo amico, quelle guasconate che ogni giovane, in comitiva, combina e che restano i ricordi belli che terranno compagnia per il resto della vita. Da lui le ritrovavo ogni volta ed ogni volta mi pagava con un particolare in più, un’immagine viva di un padre che io ho quasi da sempre saputo morto. Diego era il mio Stargate, il portale che mi permetteva di passare dalla realtà di orfano a quella di figlio di Vincenzo, giovane guascone che con il suo grammofono legato sul portapacchi della sua bicicletta con i freni a bacchetta, si faceva molti chilometri insieme al suo amico Diego che portava i dischi, per andare a trovare le ragazze nelle masserie lungo il Fortore(la nostra Fiumara)e ballare con loro. Grazie tante Diego, per avermi dato lungo la mia vita di orfano, le uniche immagini di mio padre vivo e grazie per avermi insegnato che ognuno di noi è lo Stargate di qualcun’altro, il mezzo attraverso il quale accrescere le nostre conoscenze e le emozioni.


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Proprio quando il soffione esplode in mille pezzetti e sembra morire, il pappo vola lontano a fecondare nuova vita.

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