martedì 24 aprile 2012

Adam

La signora dello spaccio arrotolò il pane in un foglio di carta e glielo porse.
“ Sei Lei e sette bani. Vuoi altro Ghitza?”
“No, grazie. Non ho bisogno d’altro.” Il giovanotto era un bell’uomo dagli occhi nocciola tristi, i capelli neri crespi cominciavano ad avere qualche filo argentato nonostante la giovane età. Infilò il pane in un sacco a spalla, diede una occhiata desolata al negozio che confermava muta la stessa miseria che si trovava in tutto il villaggio e quasi senza variazione, in tutta la zona a ovest di Birlad. Il desolato locale dedito al commercio nel sat  ben rappresentava il resto del villaggio agricolo di quella remota landa. Il pavimento era una sottile lastra di ghiaia impastata risparmiando il cemento, da tempo ormai aveva cominciato a sfaldarsi in diversi punti e le pietruzze che si staccavano appena i piedi dei pochi avventori gli strusciavano sopra, rotolavano sorde nella stanza. I muri di fango, dipinti di un azzurro  carico all’esterno, dentro erano di un bianco datato, lasciavano traspirare un odore di muffa dovuta all’umidità che saliva dal terreno sabbioso di quella riva di canale sul quale era stato costruito. I ripiani di legno contenevano alcune cassette con un po’ di verdura ormai stanca di aspettare che qualcuno la portasse a casa, un paio di  barattoli di vetro vuoti che avrebbero dovuto contenere caramelle  e, appoggiato su uno sgabello, un cesto con del pesce secco. Di lato a quello che era una sorta di bancone che divideva i clienti dalla vecchia padrona del negozio, una vetrinetta frigo non funzionante, semiaperta con le bottiglie di aranciata e gassose,  di fianco alla quale un porta immetteva sulla seconda stanza adibita a bar, in condizioni ancora peggiori della prima stanza, nella quale c’erano due vecchi tavolini di ferro tondi a tre piedi, uno col piano di formica rossa ormai a pezzi e l’altro senza ripiano. I vetri della finestra sono velati di uno strato di sporco antico che filtra la luce esterna come una nebbia.
“ Tua madre come sta?”
“Bene.”
“Tua sorella ha scritto?”
“No. Non ancora”
“ E’ andata in Italia?”
“No, in Grecia.”
“E tu?”
“ Io non vado da nessuna parte, sto qua coi vecchi, non li lascio.”
“ Fai bene…”
L’anziana donna continuava a fare domande come se facesse fatica, il ritmo indolente, come non avesse interesse alcuno a sapere le risposte, il giovane le rispondeva con la stessa passione, conscio che quello era l’unico centro d’incontro e di scambio in tutto il sat, dove tutti facevano domande per sapere le cose degli altri. Era normale.
“e…lei è partita?” la domanda era posta con cura, come a non voler fare male.
“Si. Se n’è andata anche lei…”
“ In Grecia?”
“No,in Italia.” il giovane abbassò gli occhi e uscì dal negozio senza salutare. Non era il suo modo, ma la vecchia lo conosceva da quando era nato e sapeva che quello era un argomento che Ghitza non avrebbe voluto discutere.
 Lucica, la sua ragazza, era stata l’ultima giovane donna del piccolo villaggio a partire.
Nel sat ormai non erano rimasti altri che i vecchi e molti bambini, alcuni dei quali lasciati da soli dalle madri che erano andate via a cercare un lavoro all’estero.
I ragazzini sopravvivevano come potevano coi padri, con i nonni, ma molti non avevano più nessun parente a cui appellarsi e stavano tutti il giorno per la strada a giocare e a cercare qualcosa da mettere in pancia. Guardandoli scorazzare rumorosamente nelle nuvole di polvere gialla che impollinava l’aria ad ogni refolo di vento, veniva una stretta al cuore.
Non sembrava esserci differenza tra i maschi e le femmine, vestivano malamente roba che era più vicino agli stracci che al ricordo di abiti, i poveri i vestiti erano molto datati e non più lavati. Tra loro c’era Raluca, l’anno prima aveva vinto l’olimpiade di matematica nella regione di Vaslui. Poi la madre era partita per l’Italia ed il padre continuava a trasformare tutti i soldi che la moglie gli inviava in birra e sigarette al piccolo spaccio, quando tornava a casa era sempre ubriaco e maltrattava la bambina che ormai non frequentava più scuola e passava tutto il suo tempo con gli altri bambini in giro. La si notava ormai solo per la figura più alta degli altri, perché per la magrezza era simile agli altri bambini. I capelli ispidi, tagliati corti, dalla stessa mano che doveva aver sfoltito le capigliature di tutto il gruppo e, chiunque era stato, doveva aver fatto una bella fatica a trattenere i ragazzi, mentre cercava di dargli un aspetto più ordinato. Il risultato sembrava deprimente comunque, come se avesse piantato un cespuglio in testa ad ogni componente del gruppo. Ai ragazzi non  importava nulla del loro aspetto e neppure agli altri abitanti del piccolo villaggio: un centinaio di piccole case coi muri di terra e i tetti di paglia o di lamiera arrugginita, i recinti di legno che delimitavano i giardini erano ormai quasi del tutto marci e molti restavano aggrappati solo ad un legno inchiodato di traverso nella parte superiore. Gli orti, senza manutenzione erano infestati da malerbe che sembravano trarre uno strano vigore da quell’abbandono. Le poche case in cui c’era ancora qualcuno in grado di zappare e seminare sembravano a confronto, delle vere e proprie ville. La diaspora delle donne aveva reso il luogo asciutto e silenzioso, senza quei fiori e colori che solo loro sanno far vivere anche nei posti più desolati rendendoli meno tali. Come se: l’apertura delle frontiere, dopo la caduta del Muro e dell’Impero Sovietico, avesse fatto scoprire, la povertà fino ad allora nascosta, per la mancanza di uno specchio nel quale guardarsi. L’opulenza con la quale l’Europa si era rivelata all’est, aveva rivelato le carenze di un mondo in cui, dopo quarant’anni di socialismo reale, non aveva niente nei negozi e meno nelle case. La partenza delle femmine dai loro villaggi, aveva modificato l’ambiente, gli uomini non avevano  più badato ai fronzoli nelle case e, dopo che le tendine alle finestre erano diventate sporche, le avevano semplicemente eliminate, insieme ai gingilli, le bambole  e i pochi soprammobili. Per la strada centrale di Tomeşti erano scomparse le figure femminili. Dalle vigne e dalle campagne non arrivavano più i loro canti, perfino in chiesa, la scomparsa delle donne aveva modificato la messa che ora veniva recitata solo dal giovane prete ortodosso al quale rispondeva il silenzio dei pochi uomini che ancora seguivano la funzione domenicale. Da due anni non si celebrava più un matrimonio e durante i funerali si stava perdendo la tradizione della Pomana: il pasto che la famiglia del defunto offriva alla comunità in sua memoria. La lunga strada centrale era completamente deserta, solo quel nugolo di ragazzi abbandonati le dava vita coi loro giochi e scaramucce. Mentre Ghitza lasciava il negozio, vide il carro di Mihai,il cugino che stava  sopraggiungendo da Hălăresti, dove era stato a trovare la sorella della madre, la zia Geta, nella vana speranza che questa gli offrisse un bicchiere di vino. Anche la visita che ora era venuto a fare al cugino e alla vecchia nonna, celava quell’intento.
“ Hei Ghitza, dove te ne vai?” 
« Alla ţara, porto il pane a Tata alla cascina. »
“ Vai dal vecchio… Torni subito?”   il cugino faceva cenno di no con la testa ”Ma è domenica..”
“ Si? Ti sembra che sia domenica? Dove la vedi tu la domenica?..” il giovane indicò la strada deserta in sù e in giù. “ …ti sembra che se vado in campagna mi perdo qualcosa?”
“…No…questo no. Qui non c’è rimasto più nessuno…anche a Perieni e a Poliţeni non va meglio.”
“ Rodica ti ha lasciato?”
“ E’ partita anche lei…” Mihai aveva la barba di diversi giorni e gli indumenti facevano capire che aveva dormito vestito da diverso tempo, il cugino calcolò che la cosa doveva durare dalla partenza della sua giovane compagna.
“ …non ci sta rimanendo più nessuno…” l’uomo continuava a parlare come se con la mente seguisse una traccia invisibile.
”Da quando Viorica è tornata la prima volta dall’Italia, è stata come una emorragia…le donne sono partite tutte, qui siamo rimasti solo gli sfigati: uomini e bambini…”
“Già le uniche donne rimaste sono le vecchie mamme, le nonne…”
“ Solo pochi anni fa le strade dei nostri sat erano piene di gonne e di colori, ora i filari di aguzí sono le uniche ombre sulla strada…”
“Già…” Ghitza alzò lo sguardo come a controllare quello che diceva il cugino, scrutò in lontananza i filari di gelsi e ripetè “…Già…abbiamo gelsi dappertutto in Romania…” poi ripartì senza neppure salutare il cugino perditempo.
“ Ma tu Mihai, perché non te ne vai? Perché non parti anche tu?”
“Non ho nessuna voglia di andare sotto un tedesco, un italiano o altro a lavorare io…”
“ Ah, ne ero certo, soprattutto di andare a lavorare, vero? Sotto chiunque.”
Mihai non sembrò colpito, era abituato ai pungoli del cugino, ma anche Ghitza non aveva voglia di perdere fiato e tempo. Tagliò su per la collina di argilla e si diresse verso la cima del pendio. Dall’altro lato di quel grosso melone di creta, nella vallata, c’èra il recinto con le pecore ed il suo vecchio. La Stina, la cascina: Una piccola casetta di terra di due metri quadri, dei recinti di rami di salici e gaggìa ed alcune tettoie di canne, erano tutta la proprietà della famiglia. Fino ad allora tutto questo era stata la risorsa con la quale l’anziano Gheorghe e sua moglie Roxanda avevano dato da mangiare e fatto grandi dieci figli. Ora questa loro proprietà era diventata una palla al piede di tre giovani maschi legati alla sopravvivenza del gregge di ovini, a una mucca e il suo vitello e ad una selva di faraone e pollame.
Mihai guardò in silenzio il cugino allontanarsi su per la collina, fece girare il cavallo per fermare il suo carro, sotto il grande tiglio dal quale volava un velo impalpabile di polline che riempiva le narici con un profumo intenso ed entrò nel bar alla ricerca di qualcuno a cui succhiare un bicchiere di qualsiasi liquido.
Il ritorno di Viorica aveva cambiato il loro mondo e forse lo aveva ucciso per sempre.
La donna, una professoressa di romeno, era stata la prima a partire dal paese. Era una bella donna, aveva vent’otto anni, e sapeva l’inglese. Il giorno dopo la caduta del muro di Berlino, saltò sul primo autobus per il confino con l’Ungheria e poi, attraversò l’Austria  e arrivò in Italia.
Per alcuni anni in paese non ebbero più sue notizie, nessuno sapeva dove fosse finita, poi, nel periodo di Pasqua del 2006, Viorica tornò nel piccolo sat sperduto in quella piega di argilla che finiva nel barrage di Pogana.
Per alcuni giorni si sentì solo la musica italiana ad alto volume provenire dalla casa azzurra della famiglia della donna, poco distante dal piccolo bar dove gli uomini si ritrovavano in maggior numero ora, nella speranza che il padre o i fratelli di Viorica si facessero vivi a pagare da bere poi, la domenica, lei e tutta la sua famiglia parteciparono alla messa in chiesa e tutto il villaggio potè prendere nota dei mutamenti avvenuti. Lei camminava davanti a tutti al braccio del fratello maggiore, un tailleur di foggia e taglio pregiato metteva la sua figura in risalto e la faceva sembrare ritagliata da una di quelle rivista di moda europea, i tacchi a spillo la slanciavano e la facevano apparire come sospesa al di sopra delle altre donne che, reminghe, non osavano alzarle lo sguardo addosso e abbassavano gli occhi al suo passare, le calze di seta luccicavano al sole su un paio di gambe perfettamente depilate. Gli uomini del villaggio sembravano incantati a guardare quel pezzo di corpo tra il ginocchio ed il tallone. Tutta la famiglia era vestita di abiti italiani e camminavano come se non avessero voluto appoggiare le scarpe lucide sulla terra rossiccia. Forse quella fù la prima volta che Viorica si accorse di odiare la terra che l’aveva vista nascere. Un vociare sommesso aveva accompagnato tutta la funzione religiosa e seguito, come un eco persistente, la famiglia nella passeggiata. Sulle sponde delle cunette lungo la strada, stavano sedute le anziane donne delle case che la costeggiavano, mentre le ragazze passeggiavano su e giù attirando i giovanotti come lucci all’amo. Frotte di ragazzini scalzi si rincorrevano saltando i canali e dribblando i tronchi dei gelsi che facevano un merletto di verde e fiori bianchi alla strada. Benone, uno dei fratelli di Ghitza, stava rientrando coi cavalli dall’abbeveratoio che era al centro del villaggio, in un incrocio che voleva essere la piazza del piccolo borgo, si fermò a salutare col cenno della mano i fratelli di Viorica, ma non osò salutare la donna, poi riprese la via di casa con un sorriso. Dopo aver goduto per un po’ dell’ammirazione suscitata negli altri, la professoressa e la sua famiglia cominciarono a patire quella sorta di vuoto riverente che aveva come costruito una campana trasparente ed isolante tra loro e gli altri della piccola comunità, così la giovane fece un cenno di invito ad avvicinarsi  alle sue vecchie amiche. Ben presto si formò un crocchio di giovani donne che mano a mano si ingrossava diventava più chiassoso e allegro e che finì per circondarla. Cento domande sul suo nuovo paese, sul lavoro sugli uomini italiani e che lavoro facesse e quanto guadagnava al mese.
“Ottocento euro.”
“Ottocento euro quanti lei sono?” una delle sue amica le chiese.
“ trenadue  milioni di lei, più o meno”
“Che e é? Trentadue che?!”
“trenta-due-milioni e ro-tti…”
La risposta aveva gelato tutte in un silenzio incredulo, una somma così non l’aveva mai sentita nominare nessuno nel sat. Neppure se si mettevano insieme i soldi di tutti gli abitanti del villaggio, si sarebbe potuto raccogliere quel tesoro e forse era più di tutto il bilancio comunale di Pogana, il capoluogo.
In quel momento le parole di una canzone italiana si sparse nel gruppo ammutolito. La musica pareva provenire dall’interno della pancia della donna.
Lei infilò la mano nella tasca del tailleur e tirò fuori un aggeggio colorato che si portò all’orecchio.
“Viorica hai un cellular...?
Qualcuno aveva visto quel marchingegno moderno in televisione a Birlad. Da quella specie di radiolina colorata veniva fuori una voce che parlava in italiano, non che ci fosse chi poteva capirlo e perciò la donna lasciò il vivavoce inserito, in modo che le sue amiche potessero ascoltare il suo italiano, ancora stentato in Italia, ma qui sembrava una lingua di cui lei aveva padronanza assoluta. La donna ostentava anche una certa arte nel tenere il suo compagno legato ad un filo in cui lei governava il giuoco, mentre in cuor suo pregava che lui gli tenesse l’altro capo senza farle fare brutte figure con una scenata, ma presto la paura lasciò il posto ad una ilare rilassatezza, l’uomo sembrava trattarla con una gentilezza reverenziale. La scena era tutta dell’ex professoressa.
“ Pronto? Ciao sei tu Carlo? Eh…che vuoi ero in chiesa e il cellulare l’ho dovuto spegnere, scusami”
la donna girò le spalle al gruppo di ragazze e bambine e si mise a fare su e giù per la strada esibendo un italiano che a tutti sembrò perfetto. Qualcuno ripeteva ogni tanto una parola di quello che diceva,  era come se si dissetassero ogni suono che usciva dalle sue labbra, mentre tutte muovevano le loro mute nell’imitazione delle sue , come per imparare.
La sua telefonata con l’Italia in un villaggio in cui non era mai arrivata la linea telefonica, la fece sembrare di un altro mondo. Quando poi qualcuno capì che dall’altra parte c’era un uomo italiano, sembrò scatenarsi il finimondo. Lei diventò la star di quel lembo remoto di un altro mondo, il nugolo di ragazze continuava ad andare su e giù dietro al suo ancheggiare esibito con maestria, la gente pensò che avesse fatto un corso speciale per imparare ad andare avanti e indietro per la strada. Le anziane temettero che sì, la professoressa aveva imparato bene ad andare su e giù per una via. Un gruppo di nonne sedute sul ponticello di terra della prima casa commentava con lazzi sdentati l’ancheggiare elegante della donna.  In quel momento, mentre Viorica proponeva una virata a sinistra da attrice, un tacco s’infilò in una zolla di verde e lei cadde nella cunetta laterale. Il cellulare le era volato in quel rivolo sporco di acqua che stagnava in pozze limacciose e maleodoranti, restò un poco acceso poi si rabbuiò come offeso, affogando la voce dell’italiano che si spense con l’apparecchio.  La poveretta era seduta sull’erba con il tacco rotto in mano, un paio di scarpe italiane da duecento euro,aveva rovinata il suo trionfo. Con quella somma avrebbero potuto asfaltarla quella strada nel suo sat, la donna si rialzò quasi piangendo, si tolse le scarpe e, a piedi nudi, come da bambina, tornò a casa. Sul ponticello di legno, davanti alla sua casa, la vecchia Mariuara, il naso adunco e la faccia da strega sentenziò “ Dumneseu exist!” Dio c’è!
Il rientro a casa di Viorica era stato seguito dall’ilarità generale,  quasi che un atto di Divina giustizia avesse riequilibrata la giornata del sat, con la grande soddisfazione delle anziane, manifestata dalla vecchia arpìa. Questo fatto però non impedì che dalla sera stessa, una processione di donne, a gruppi o da sole, si recarono a casa della professoressa ad implorare un aiuto per uscire da quella situazione: un lavoro qualsiasi, un indirizzo, un filo che le portasse ad avere nella testa una speranza, un progetto. Le più ardite osarono l’impensabile:un uomo, un matrimonio. Offrivano se stesse alla possibilità del diritto ad una vita. Da quello che avevano potuto vedere, la vita al sat per loro non sarebbe più stata possibile. Alla partenza di Viorica, sul carro della famiglia salirono Melena e Oana, due delle più belle ragazze del villaggio. L’italiano aveva un paio di amici divorziati da che gli chiedevano delle amiche della moglie. Da quel momento era stato un travaso continuo, le donne parevano incontrare meno difficoltà a trovare un lavoro, un aiuto o un uomo e spesso, dopo qualche lettera e un po’ di denaro, dimenticavano la famiglia di provenienza, il loro povero sat. Qualche volta anche i mariti ed i figli. Due anni dopo era partita anche Lucica, l’ultima ragazza in età di matrimonio rimasta. Ora la signorina del paese più grande aveva tredici anni e non vedeva l’ora di partire per la Spagna dove si era trasferita la madre da due anni.
Ghitza era arrivato sulla cima della collina, si girò a guardare la valle verso il piccolo centro. Le case colorate con la calce e verderame si mimetizzavano quasi del tutto nelle fronde dei gelsi e delle vigne.  Nel silenzio totale di quel dorso di argilla, guardò gli squarci provocati dalle falde acquifere dove le polle emergevano, facendo scendere a valle grosse fette di pance d’argilla molli d’acqua, nelle quali si aprivano  ferite rigogliose di vegetazione verde smeraldo nel nocciola del terreno. Un suono stridulo lo fece voltare, sembrava una anima che chiedeva aiuto. Una ciocîrlije, un’allodola, stava alzandosi a picco fino a diventare un puntino quasi invisibile in cielo, quando scomparsa nel vertice accecante, lasciava esplodere il suo grido disperato,  per poi rituffarsi verso il terreno in una picchiata suicida. Un brivido gli fulminò la schiena, l’uccello scartò fulmineo a mezzo metro dal terreno ripartendo per disegnare un invisibile obelisco sul quale stava trascrittala sua storia di disperazione e tornava giù, in un’onda sinusoidale che disegnava nell’aria in un ripetersi di disperate grida e tuffi. Si ricordò della leggenda sull’allodola che la diceva disperata per aver perso i piccoli in un campo primaverile arato e si tuffasse contro il mondo nel tentativo disperato di uccidersi, ma che all’ultimo istante trovava la forza di non offendere il Signore per avergli donato la vita. Ghitza riprese fiato con un sospiro e cominciò a discendere verso l’ovile. Da lontano il latrare festoso dei cani gli si fece incontro sempre più prossimo. Spaventati dai cani, una famigliola di popîndâu:  piccoli roditori dal pelo nocciola, si dileguarono veloci nelle tane tra l’erba. Il giovane sorrise a quegli ignari compagni territoriali. Il vecchio padre lo stava aspettando presso il mucchio del fieno, le mani intrecciate sul grosso nodo in cima al bastone, sulle quali appoggiava il mento ispido ed ossuto. L’anno precedente, in piena estate gli era morto il figlio più piccolo, il legame più forte che aveva tra i  suoi dieci figli era stato tragicamente interrotto.  Il minore dei figli, dagli occhi alabastri, se n’era andato a soli vent’otto anni con una stupida broncopolmonite non curata. La morte del fratello aveva legato Ghitza ad una situazione da cui non avrebbe mai più potuto uscire: lui era il collegamento tra il vecchio Tata, il padre ed il gregge alla ţara e la madre e la casa con l’orto al sat. Tutti loro dipendevano da quel suo andare avanti ed indietro , dalla campagna al villaggio e lui non si sarebbe sottratto a quel suo dovere. Anche se prima che il fratello Vasile morisse, lui aveva lasciato il paese per andare a lavorare a Braşov, lontano da casa. In quel periodo i suoi rapporti col vecchio padre erano peggiorati molto e l’anziano non gli parlava più quando lui tornava a casa, ed anche la madre non voleva che lui si allontanasse da loro e Ghitza era tornato, anche perché al villaggio c’era Lucia, una sua compagna di scuola che la domenica amava passeggiare e parlare con lui dei progetti futuri. Lui era tornato ed ora, appena sei mesi dopo, Lucica era partita per l’Italia, l’agenzia matrimoniale aperta in un paese vicino Torino da Viorica aveva dissanguato il sat di tutte le donne, perfino molte di quelle che convivevano qui, avevano lasciato i loro uomini per potersi sistemare in Italia. L’attrattiva di una vita più agiata e di poter esibire un marito di quel paese, così ammirato in tutta la Romania, aveva estirpato dalle proprie radici donne già sposate e ragazze ancora troppo giovani per un matrimonio, alcune erano tornate dopo un po’ con un figlio piccolo e con una strana voglia di chiudersi in casa e non parlare più con nessuno. Ghitza pensò a Lucia e gli sembrò che dentro avesse un fuoco che gli ardeva, la sua anima continuava a salire velocemente verso l’alto e dopo un urlo muto che avrebbe voluto scoppiargli dentro, si gettava  in picchiata sulla scìa della ciocorlije, ma dopo qualche passaggio fatto bene, il suo corpo stanco, sembrava schiantarsi dall’alto di quell’ideale obelisco, direttamente sulla terra rossiccia.
Passò lo zaino al padre accennando appena un saluto, buttò la giacca sulla paglia del suo giaciglio notturno e si diresse al recinto della mucca che stava allattando la sua vitellina.
"Lucica!" chiamò.
La vitella smise per un attimo, di succhiare dalla madre, puntò i ricettori sensoriali verso quella voce che la chiamava poi, dando due scossoni alla tetta della madre continuò a succhiare voracemente.