venerdì 23 marzo 2012

L'articolo 18 é morto? viva l'articolo 18!

Sono fuori dal mondo produttivo ormai dal 2003. Ho raggiunto il traguardo della pensione (40anni di lavoro) e sono in quiescenza da quell'agosto. Ma se sono stato tra coloro che (fortunati?) hanno potuto andare in pensione perché hanno lavorato da bambino (sigh!) sono stato anche sfigato, poichè la nostra categoria (trasporti) aveva da poco perso il "fondo speciale categoriale" e si andava in pensione con l'Inps. Dop aver pagato un vita lavorativa il fondo speciale, mi sono sentito derubato dallo Stato. Ma come, uno paga per 20 anni una sorta di assicurazione integrativa e tu gliene annulli il beneficio con un atto piratesco? Eppure andò proprio così! La mia pensione era stata decurtata di cinquecento euro mensili, mica poco e con i tempi che dovevano arrivare...sarebbe stato più saggio difenderla meglio, ma a me sembrava un miracolo che fossi arrivato alla pensione senza accorgermene. Non ci avevo mai pensato. Il mio lavoro lo facevo bene ed ero contento di incontrare tanta gente ogni giorno. Tante storie da conoscere, tante vite che si incrociavano con la mia,tante nuove amicizie che accendevano, dentro di me, tanti mondi nuovi da esplorare. Ero così arrivato alla pensione senza quasi rendermene conto, dopo che avevo rischiato di perderla senza alcuna possibilità di poter versare le mancanti marchette dopo che ero stato licenziato dalla mia azienda. Già, licenziato in tronco da un deficente di impiegato che diventò Direttore aziendale solo perchè si assunse l'onere e l'onore di firmare il mio licenziamento, un tal Giovanni Plazza che non avevo mai sentito nominare. Ero il presidente del primo Comitato di base nato in Italia nei tranvieri di Torino. Ne ero stato il promotore e il primo sottoscrittore del suo atto di nascita presso il notaio, così come ero stato quello che aveva dichiarato il primo sciopero di un Cobas in Italia ed avevo fatto andare di traverso la presa per i fondelli dell'inaugurazione di una linea tranviaria spacciata per metropolitana leggera dalla Giunta Magnani Noya. Avevo denunciato di pastette e tangenti all'interno dell'Atm, fino ad allora covo operativo del Psi di La Ganga, braccio destro di Craxi. Avevo denunciato sul "Beltram" (giornale di categoria inventato e redatto dal sottoscritto ma aperto al contributo di tutti i tranvieri) la scomparsa dalle cisterne di un deposito di autobus, di novantamila litri di gasolio e di un treno di batterie per autobus. Avevo, insomma dato parecchio fastidio a chi aveva le mani in pasta e tremava al pensiero che la finanza potesse arrivare e metterci il naso. Me l'avevano giurata e lo fecero appena pensarono di avere mano libera:firmarono il mio licenziamento e me lo recapitarono a mano, con il legale aziendale. Quel Plazza diventò Direttore Generale della Satti: azienda intercomunale del consorzio GTT di Torino. Quell'atto insano però, era stato preso nei miei confronti, col bene placido dei sindacati di categoria, specialmente della Cgil, la quale si era sentite tradita da un suo militante ed iscritto e che era stata dissanguata dalle defezioni che mi avevano seguito nel Cobas. Chiaro che ricorsi subito contro quel licenziamento di rappresaglia. Otto anni di cause, tre gradi di giudizio vinti ed alla fine, la sentenza del Consiglio di Stato che imponeva al GTT il reintegro del sottoscritto al lavoro: l'articolo 18 proteggeva il lavoratore licenziato per ingiusto provvedimento. Chiaro che dovettero pagare tutti gli arretrati e che avrei potuto chiedere i danni, ma la contentezza di aver vinto la mia solitaria battaglia per avere giustizia, mi appagava pienamente e non volli un centesimo in più di ciò che mi era garantito dal mio lavoro. Mi avrebbero dovuto pagare con soldi pubblici e mi sembrava di derubare lo Stato che per colpa di gente incosciente, avrebbe dovuto saldare un conto già salato. L'articolo 18 era stato per me, la speranza di poter avere giustizia, di poter tornare al mio lavoro un domani. La mia famiglia passava un periodo duro, col solo stipendio della mia compagna, tre bambini in età scolastica, ma ce la facevamo sorretti dal pensiero che un giorno sarebbe potuto arrivare quella sentenza che avrebbe rimesso a posto le cose e così fu. Quando mi chiesero se potevo accettare un indennizzo in cambio del mio lavoro, gli risposi dicendo che quel tal giorno io sarei stato in azienda e sarebbe stato meglio se mi avessero dato qualcosa da fare. Tornai al mio lavoro e continuai come prima a dare il mio contributo alla vita comune che ci coinvolge tutti. Alla scadenza dei quaranta anni lavorativi, lavori duri sin da una breve infanzia, lavori da emigrante anche in Germania, senza specializzazione particolare, era arrivato il momento di andare in pensione. niente di che, mille e trecento euro mensili, ma che consentono ancora oggi di poter vivere una vita appena decente. Tanto di quando si ha il bisogno minimo di avere. Grazie a quell'articolo che tanti vogliono cancellare, senza tener conto che quello, prima ancora e più che un articolo giusto, é una garanzia per gli onesti di poter esercitare la Democrazia nel mondo del lavoro senza dover chinare la testa per ricatti e paure di essere licenziati.