lunedì 5 marzo 2012

Goodbye ( un anno, dodici mesi, trecentosessantacinque giorni)


Ciao ragazzi goodby.
Un anno di dodici mesi, di trecentosessantacinque giorni e di trentuno persone nuove, presenze non previste che sono entrate nella nostra vallata, nei nostri paesi,  nelle nostre chiese e nelle nostre vite, o almeno, sono entrate nelle vite di coloro che hanno scelto di vedere e sentire, di aprire i loro occhi e non di meno i cuori a questa piccola nuvola scura che era arrivata lassù a Forno di Coazze. Per qualcuno sono diventati amici, per altri ospiti per qualche cena.
 Per noi sono stati un metro di misura che ci ha fatto scoprire quando eravamo piccoli prima e come siamo cresciuti in questa esperienza. Abbiamo scoperto che decine di persone intorno a noi, sconosciute prima, avevano grandi capacità di dare se stessi e molto di ciò che avevano, per aiutarci a dare a queste persone, arrivate con qualche t-shirt e pantaloni di quattro misure più grandi e un paio di infradito, tutto quello che poteva servire. Abbiamo scoperto che la valsangone non era rappresentabile dalle lenzuola razziste del primo giorno, neppure lontanamente. Abbiamo deviata quella deriva idiota che se alimentata poteva portare a qualsiasi risultato e ad una certezza: ci saremmo sicuramente sentiti più brutti dentro. Dodici mesi di impegno umanitario che hanno coinvolto molte persone, insegnanti di lingua, animatrici, calciatori e calciatrici, nondimeno qualche sparviero attirato dalla possibilità di farsi pubblicità. Trecentosessantacinque giorni che sembrano giunti ad un capolinea non desiderato: sono arrivati gli esiti della Commissione per concedere (o meno) lo stato di rifugiato politico a questi giovani che non riescono ad essere padroni del loro destino. La fame li ha spinti dalla Nigeria fino in Libia dove la guerra li ha ingoiati e sputati in mare per salvare la pelle, deportati dai militari libici seguaci di Gheddafi,  per invadere l'Italia del traditore Berlusconi. ed ora, dopo un anno che a loro deve sembrare un solo giorno, il Governo italiano e l'Europa, li risputa verso l'Africa o la clandestinità. Sono tanti è vero, sono tanti giovani affamati di ogni cosa, sopratutto dalla voglia di lavorare, di potersi compare le cose che da un anno vedono nei mercati e nelle vetrine italiane. Non sanno loro di quanto sia difficile anche agli italiani fare acquisti oggi. Ci credono tutti ricchi per il solo fatto di essere bianchi e forse hanno ragione loro, anche se pensiamo che molti di noi non ce la fanno più ad arrivare a fine mese, a pagare un mutuo o un affitto. Per loro avere un mutuo da pagare, un affitto è già ricchezza, vuol dire avere una casa. Oggi sono scorati, depressi. Hanno resistito un anno di dodici mesi e di trecentosessantacinque giorni in situazioni indecenti, in alberghi dormitori, nei CIE/prigioni con la speranza che prima o poi sarebbe arrivato quel permesso di poter vivere una vita: finalmente la loro! ed invece ora si sentono persi, non sanno come possono fare per tornare indietro, come e dove nascondersi per poter evitare il rimpatrio, sfuggire a quelle mani invisibili che continuano a tirare i fili del loro destino. Sono tanti quelli arrivati in Italia dalla Libia, aveva ragione il Rais, "...vi farò invadere da una marea umana che vi travolgerà!" Insieme a quelli che sono arrivati nel nostro paese da altre parti sono troppi per poter offrire ad ognuno i fili del proprio destino, un lavoro per poter scoprire quando sono bravi elettrecisti, muratori, falegnami e palchettisti, saldatori e meccanici. Mi dicono che in Libia i loro datori erano molto duri, duri e pretenziosi, sono stati costretti ad imparare a lavorare bene. Pensano ancora che il nostro paese avrebbe potuto e dovuto dargli una possibilità. Hanno imparato ad amare l'Italia attraverso quello che hanno potuto vedere: tanta solidarietà che é cresciuta intorno a loro, tanto da farli sentire tra amici, protetti.
Quella che scoprono ora é l'Italia dei CIE, quella di Conneting People e della Commissione, ed é la fine.
Non hanno documenti e permesso, non sono più nessuno e la solidarietà degli uomini e delle donne che li hanno sostenuti e tenuto per mano finora é impotente. Loro, arrivati qui per cercare un lavoro, una uscita da quel loro destino manovrato, saranno risputati via come i noccioli delle ciliege. E' esagerato paragonare loro: neri e con quel forte odore che non ci piace alle ciliege dolci e succose?
Loro sono stati il lavoro per centinaia di italiani altrimenti disoccupati, i quali, per dodici mesi e trecentosessantacinque giorni, hanno ricevuto uno stipendio proprio grazie a loro.
Via loro (il Paese non può sostenere il loro mantenimento più a lungo) anche quelle centinaia ( migliaia?) di giovani italiani torneranno disoccupati e gli anni, i mesi e i giorni sembreranno più duri e lunghi a tutti. La nostra idea iniziale sembrava potesse essere ancora l'unica soluzione:fossero pure  ventiduemila persone, quelle rimaste nel nostro paese (degli stimati circa sessantamila arrivati a Lampedusa ( molti sono scomparsi diffondendosi in Europa) divisi per ottomila e cento comuni italiani, sarebbero stati  meno di 3 persone a Comune, sono tante? é giustificato sbattergli la porta in faccia e rispedirli al mittente?
L'Italia non è questa, non ci sentiremo meglio dopo. 
E noi, quelli che si sono occupati di loro fino ad oggi, per un anno di dodici mesi e di trecentosessantacinque giorni, cosa dovremmo fare, accompagnarli all'imbarco per salutarli con la manina e dirgli goodbye?