giovedì 16 febbraio 2012

Quel dolore nella mente

All’apertura del profilo della Associazione su facebook, Valeria Grimaldi (autrice) mi disse che non si era mai resa conto prima di questa necessità, era stata convinta dall’amaro che sentiva nelle mie parole, emigrante più vecchio e distante dal paese di quanto non lo fosse lei che risiedeva a Termoli. La pressione emotiva che veniva fuori dalla mia voce, rendeva ogni mia parola, carica di nostalgia, rimpianto per aver lasciato il paese in cambio di un lavoro, così lontano. A Torino capitava di ricevere, ogni anno, l’invito a ritrovarsi insieme ai compaesani, per la festa di Sant’Antonio. Maria De Pillo faceva tutto da sola, imbeccata dai fratelli Galasso. Nel 2004 e nel 2005 partecipai a quelle riunioni, prima avevo sempre evitato; la strumentalizzazione politica che ne derivava dall’appartenenza ad uno schieramento, a me ostico, dei fratelli Galasso, mi impediva di vedere quelle riunioni come compaesani che mantenevano vive le loro radici culturali. In realtà di questo si trattava: i promotori hanno raccolto voti per la loro elezione, almeno quel poco che potevano raccogliere tra quel gruppo di sanpaolesi che frequentavano le riunioni. Non ero l’unico, tra quelli di sinistra, che aveva evitato di frequentare quell’ambiente destroso. Ma nel 2004 partecipai e mi accorsi che loro potevano ritrovarsi con quell’intento, ma io coi miei compaesani ci stavo bene. Non me n’ero accorto prima, ma nel vederli, salutarli e riconoscerli, mi resi conto di quanto mi erano mancati. L’anno successivo,il 2005, la riunione dei sanpaolesi era stata organizzata da Matteo Montemitro e Maria De Pillo ed io partecipai di nuovo con piacere. Mi ero reso conto che non avrei mai più accettato di farmi mancare i miei compaesani: qualsiasi cosa loro fossero, erano pezzi e ricordi del mio passato e mi mancavano. Volevo riappropriarmi del mio passato, sempre presente in me, ma confuso e sconclusionato, mi sono accorto che quando non hai un passato, quando lo dimentichi, fai una operazione contro il tuo stato di salute mentale e fisica. Così cominciai negli anni successivi: 2006/07 a cercare di recuperarlo, di riordinarlo in me. Era un lavoro che non potevo però fare da solo. Mi accorsi che se io mi limitavo a ricordare il mio passato, potevo rinfrescare solo le cose che ben ricordavo e basta.Ma un paese ed un passato, per quando individualmente vissuto, non può appartenere solo a se stesso. Il nostro passato è fatto di momenti vissuti con altri, e gli altri sono importanti per poterti dare la loro visuale delle cose, dei posti condivisi. Cominciai a cercare foto, storie dei compaesani. Sono stato in quasi tutte le case di coloro che ho potuto rintracciare, grazie a quell’elenco dei sanpaolesi che i fratelli Galasso avevano mantenuto negli anni. Mi accorsi (e quanto sono loro grato) che senza di loro, senza quei loro incontri, quell’elenco non sarebbe mai stato stilato, ci saremmo persi tutti per sempre. I volti Mancanti era il titolo che m’ero dato per questa ricerca. Da allora ha fruttato molte foto che sono sul profilo dell’associazione in facebook a disposizione di tutti, anche di chi dal paese costruisce calendari pescandone qualcuna, ma anche al paese è iniziata da parte di altri un continuo riversamento di foto e di storie ad esse collegate. E’ vero, ogni tanto incontro qualcuno che rifugge dalla possibilità che un curioso come me, entri nella sua vita, ne sondi la storia. Ogni tanto qualcuno si chiude a riccio; spesso la propria vita, non è facile condividerla e raccontarla. Nelle pieghe della nostra mente ci sono cose che non vorremmo far conoscere a nessuno, ma molto più frequentemente, la vita di un emigrante è stata solo quello per cui siamo partiti dal paese: un lavoro duro, le difficoltà di inserimento, la sopravvivenza nei momenti difficili, la nostalgia del paese e delle cose (poche e povere) che avevamo lasciato. La nostra “ricchezza” non stava in ciò che avevamo lasciato, ma in quello che ci eravamo portati dietro, in testa, nei ricordi, in quelle foto che ci hanno seguito da sempre nel nostro peregrinare. Lo vediamo bene quando qualcuno posta una vecchia foto sul sito, quello che si scatena dentro è immediatamente condiviso con altri, con molti di più di coloro che scrivono, che intervengono. Molti leggono, seguono ma restano chiusi nel loro vissuto privato, ma le loro emozioni sono pari quelle confessate da tutti noi. Nella ricerca di questi contatti, sono stato premiato da molte scoperte: la famiglia Costante di Novi Ligure che ho avuto il piacere di incontrare tutti insieme era stata colpita dalla dipartita del padre Giovanni proprio pochi mesi prima, la famiglia Candela intorno Milano: amici di infanzia dimenticati e persi per tanto tempo, zio Ottavio Farino, che sapevo in Inghilterra ed invece l’ho ritrovato a Vimodrone, insieme ad una comunità di sanpaolesi molto folta e citarli tutti non sarebbe facile, anche se io non ho più dimenticato nessuno. In questi incontri ho conosciuto persone stupende che mi hanno reso fiero di essere loro compaesano. Non necessariamente gente di successo ( e ce ne sono tantissimi) ma gente assolutamente normali, operai metalmeccanici, tranvieri, venditori ambulanti: gente qualsiasi, con il loro lavoro quotidiano, sono riusciti a dare una casa alla loro famiglia, a far studiare e laureare i figli, a farli diventare dottori ed ingegneri, avvocati e professori, brave pettinatrici e musicisti. una umanità varia e multilingue ormai, con una ricchezza tale da far sentire inadeguata la loro appartenenza ad un piccolo agricolo dell’alto Tavoliere. Ma in tutti, attori ed ingegneri, ricchi o famosi, dottori o pensionati, quando parli di torcinelli, di cicatell e orecchiette, del mostocotto o del pane del paese, tutti, ma proprio tutti, di qualsiasi ceto o ruolo, diventano solo degli sfegatati sanpaolesi! Solo in alcune nostre compaesane, solo nelle donne, ho spesso riscontrato la difficoltà di doversi sentire emigranti sanpaolesi. Nelle donne c’è la dignità di una famiglia, la riservatezza, la consapevolezza che al paese non avrebbero mai acquisito quella dignità ed indipendenza che a dato loro il lavoro, il contribuire alla vita dei figli, ai loro studi. Fiere come tigri del risultato del loro faticoso doppio ruolo in casa, Spesso mi dicono di non scrivere che loro sono migranti, loro potevano fare le stesse cose se fossero state al paese, che sono andate via per una vita diversa, non per necessità e che non si sentono migranti “…a Milano o a San paolo, siamo sempre in Italia, che migranti…”

Ma poi le leggi nei commenti delle vecchie foto, dei ricordi degli altri ai quali collegano i loro e ti accorgi che anche se non lo dicono, si sentono assolutamente sanpaolesi, ed il cerchio di ferro appeso con “i Nogghije” sta anche e ancora nei loro ricordi.