domenica 30 ottobre 2011

Piemonte 1994

La pioggia che per una settimana aveva battuto su tutto il Piemonte, ingrossando pericolosamente i ruscelli e torrenti di montagna, aveva ora, quasi del tutto smesso di cadere.  Alcuni timidi raggi di sole, cominciavano a filtrare tra la coltre di nubi nere ancora cariche di minacce e si riflettevano nelle pozzanghere della stradina sterrata, accendendole come frammenti di specchi. Altri coni di luce illuminavano come fari, le acque limacciose del torrente, mentre scendevano tempestose a valle,  trascinando ogni sorta di residuo boschivo e i tronchi degli alberi franati dalle sponde montane, questi venivano frenati, nella loro corsa distruttiva, tra le arcate degli antichi ponti in mattoni rossi, costruendo delle vere e proprie dighe che facevano aumentare il livello e la pressione dell’acqua contro i pilastri. Nel cortile della  vecchia casa al centro della piccola borgata di campagna, appena fuori di Giaveno, i  cani eccitati e festosi, saltavano intorno al loro padrone che si stava infilando gli stivali di gomma ed una giacca antipioggia, segno che tra poco sarebbero usciti per una sgambata nei prati.  Gli animali avevano passato quasi tutto il tempo dell’ultima settimana, rintanati nelle loro cucce, terrorizzati da saette e tuoni, ora sembravano sprizzare da ogni muscolo energia e voglia di correre. Una goccia ripeteva un sordo tonfo suicida mentre si staccava dalla gronda forata e si abbatteva sulla cappotte della vecchia Fiat 127 parcheggiata in cortile. Nel silenzio della valle, si sentiva il ruggito minaccioso del Sangone, che sembrava voler trascinare verso il Po l’intera territorio. Il rumore di un’auto si sentì arrivare dalla strada, aveva rallentato e ora stava svoltando nello stretto cortile di terra battuta che portava verso la casa, l’uomo si fermò ad ascoltare il cik-ciak del fango che si appiccicava alle gomme delle ruote ed i cani presero ad abbaiare oltre il muro di cinta, sembravano aver capito che quell’arrivo li avrebbe fatto saltare la passeggiata.  L’auto si fermò davanti il cancello e due secondi dopo, una portiera si chiuse ed il naso adunco del dottor Pazienza  apparve tra le sbarre al di sopra della lamiera.
“ Bac, dev…i ven…nire con n…noi, ti siamo venuti a…a prendere!” mentre un rumore  sembrava grattargli sopra il palato. Il setto nasale deviato lo costringeva a produrre quel suono sordo simile alla raspa su un legno antico.
Il dottore Fulvio Pazienza è il medico di famiglia da quando ci siamo trasferiti da Torino. Non è proprio un balbuziente, ma quando è eccitato, il suo stato mentale va in fibrillazione e lo diventa. Capace di un rapporto amichevole con tutti i suoi pazienti, sembra un vecchio medico condotto di una volta,  ma noi due, oltre qualche incontro nel suo studio non abbiamo ancora mai avuto chissà quale rapporto. Avrà all’incirca una quarantina d’anni, magro tanto da far apparire ancora più alta la sua figura, ha fama di essere una persona a modo molto legato ai rapporti personali con chiunque, tanto da essersi guadagnato il nomignolo di “Telefono Amico”. Mi chiama Bac dalla prima visita nel suo studio, ha capovolto le iniziali del mio nome e cognome. 
I cani abbaiano furenti mirando alle lunghe gambe del guastafeste, salvate solo dalla barriera di metallo.
“ Ti siamo chi?”
“Io e Giorgio, un mio amico.”
“ E dove sta il tuo amico? Fallo scendere,accomodatevi dentro per un caffè.”
Dalla macchina ne esce un signore sulla sessantina, dall’aria imbarazzata, entra nel cortile quasi controvoglia e facendo spallucce come a sottolineare che non era riuscito ad arginare la furiosa decisione del dottore.
“ Sono Giorgio Grossi.” Si presenta .
“ Prego si accomodi Giorgio.” Evito di presentarmi, sono certo che il tempestoso amico comune ha già detto su di me tutto ciò che al malcapitato potesse servire per sapere chi erano andati a prelevare.
“ Siete venuti a prendermi per andare dove?”
“A Santo Stefano Belbo!” la località non mi era affatto sconosciuta anzi, era stata la meta di molti viaggi quando, prima di emigrare, facevo il camionista in Puglia. Trasportavo al nord l’uva, dalle vigne da San Severo, alle cantine “Toso di quel paese, ma da come me l’aveva annunciata il mio strano curante, sembrava una meta indiscutibile, quasi la prescrizione di un farmaco.
“ E…c’è un motivo per cui io dovrei venire con voi a Santo Stefano Belbo?”
Giorgio Grossi mi guardava con la stessa speranza dei miei cani negli occhi, intuii che contava su un mio rifiuto per poter restare a casa anche lui, mentre gli animali speravano che la nostra passeggiata era solo stata procrastinata di poco, mentre continuavano a ringhiare minacciosi alle gambe del lungo dottore.
“ Non hai visto alla televisione? A Santo Stefano è tracimato il Belbo, ha inondato il paese la gente è nei guai, la biblioteca di Cesare Pavese è stata travolta dal fango. Quelli hanno bisogno di noi!”  non mi piaceva quando sfilava tutto il suo discorso linearmente, cominciavo a sperare che s’inceppasse e non riuscisse a dirmi quello che voleva da me, avevo un brutto presentimento. Ma il dottore andò dritto in fondo al suo progetto.
Le sue parole erano decise, sembrava che la vita delle persone coinvolte nell’alluvione e la cultura italiana, dipendesse dal nostro arrivo, mentre io lo guardavo incredulo. Il mio medico era un fumatore accanito, l’indice ed il medio ingiallito dal tabacco, come i denti, mentre un sottile filo nero di catrame, segnava per lungo la metà del labbro inferiore. Un fisico dall’ossatura grossa, ma una massa muscolare inesistente lo faceva assomogliare ad un  ospite scampato da Auschwitz. Il suo stato psicologico aveva fama di instabilità e gli aveva già procurato qualche problema, le gente lo sapeva quantomeno strano. Entrò in cucina accompagnato da quel signore che non sembrava proprio un uomo di fatica, pareva poco probabile che potessimo salvare qualcuno con una simile spedizione. Tergiversai .
“ Fulvio, io sono fermo da molto tempo, il lavoro non lo trovo tutti i giorni e proprio ora, dopo tutta questa pioggia io dovrei cominciare un buon lavoro che promette un buon margine di guadagno, la mia famiglia ha bisogno di quei soldi. Non posso andare da nessuna parte.”
Da oltre tre anni ero stato licenziato dall’azienda dove lavoravo per rappresaglia sindacale. Avevo aperto una ditta individuale di ristrutturazioni, ma abitavo fuori del paese ed il lavoro non ti veniva a cercare nei boschi.
“ Tu devi credere in me! Vieni con me in questa cosa, vedrai che le cose andranno a posto da sole!”
Era già capitato qualche volta, che mi venisse a trovare nel cuore della notte, per parlarmi di una sorte di discesa nel suo corpo del Figlio del Padre. Queste sue crisi mistiche erano l’anello debole di un cervello, per altri versi, geniale. Lo avevo sempre ascoltato con comprensione fino alle luci dell’alba quando, dopo aver bevuto quasi tutto i liquori che avevo in casa, mi lasciava morto di sonno e se ne andava finalmente.
“ Ma con un paese di gente a disposizione, tu, proprio me devi venire a cercare?”
“Quelli non valgono niente. Tu sei quello che deve venire con me. So quello che dico.”
 La sua determinazione cominciava ad affascinarmi. Io mi ero sempre incantato ad ascoltare i venditori ambulanti, i piazzisti, i magliari agli incroci, i battitori nei mercati, finendo sempre per comprare i loro pacchi senza valore e le loro patacche. Come poteva pensare che lui Giorgio ed io avremmo potuto fare qualcosa per un paese che era stato sconvolto da quattro metri di acqua e fango? Tentai una ultima sortita: “ Ma non è caduto il ponte sul Sangone anche qui, tra Giaveno e Cumiana? Non ci sono situazioni che necessitano di una mano anche qua da noi?”
“Si ma qui sono quisquiglie. Laggiù c’è bisogno di gente in gamba!”
“ Azzo…e ci andiamo noi tre dove c’è bisogno di gente in gamba?” indicai noi tre come a sottolineare che c’era sicuramente di meglio sul mondo.
“ Si, proprio noi!”
la sua determinazione era sconvolgente, sentivo che non lo avrei fermato e mi accorsi che anche sul volto di Giorgio le speranze stavano scemando. Capii che si era arreso nello stesso modo. Non lo potevamo fermare e non potevamo lasciarlo solo. Il nostro amico aveva bisogno di fare qualcosa di importante ed aveva bisogno di noi per farla. Non ci si può sottrarre al destino, quando una cosa va fatta è inutile perdere tempo a discutere. Tirai fuori dal garage un paio di pale, stivali e giacca a vento e partimmo. I cani latravano disperati contro il mio dottore, dovetti proteggerlo fino all’uscita.
Lungo il tragitto Fulvio sembrava aver ritrovata la serenità di chi era appagato dalla riuscita dell’impresa. Mi chiesi come poteva essere così: l’impresa doveva ancora cominciare e temevo di darmi la risposta, sapevo che la “sua” impresa era conclusa, lui era riuscito a portare aiuto a chi ne aveva bisogno: due pale e quattro braccia, il suo compito era finito, ora il problema era mio: due pale e due braccia! Perché su quelle di Giorgio Grossi proprio non me la sentivo di fare grande affidamento. Fulvio era felice, il viaggio scorse senza che accendesse una sigaretta, chiacchierava con allegria facendo da spalla ai nostri discorsi, inseriva aneddoti ora dell’uno, ora dell’altro, per far comprendere ad ognuno di noi due il perché avesse scelto l’altro. A me sembrava una piccola armata Brancaleone: un medico non del tutto sano di mente; un industriale di destra in pensione che non aveva fatto altro che succhiare dagli altri ed ora voleva dare qualcosa lui ed un sindacalista rivoluzionario disoccupato,  completamente pazzo che aveva buttato via l’unico lavoro che gli era capitato dopo mesi di astinenza. Bella compagnia. Le strade slavate e le campagne flagellate dalla pioggia non erano uno spettacolo che prendeva molto la nostra attenzione, per cui tutto il nostro mondo era dentro quella vettura che ci stava portando ignara in una situazione nuova e senza che nessuno di noi avesse la più pallida idea di cosa avremmo potuto fare per gli altri. Alla fine Santo Stefano Belbo si annunciò ad un incrocio dove i cartelli stradali erano stati divelti  dall’acqua. All’ingresso del paese di Cesare Pavese, una fila di roulotte  e camion che portavano aiuti, erano parcheggiate su un lato della strada, sull’unica corsia libera, si transitava a doppio senso con l’aiuto di soldati che dirigevano il traffico. Ci fermammo sulla piazza del paese coperta da  venti centimetri di fango che cominciava ad asciugare e sulla quale erano montate alcune tende degli alpini, lasciammo la vettura e ci recammo sul Comune. Fulvio disse che ci saremmo dovuti mettere a  disposizione del sindaco del paese per farci coordinare da qualcuno, avevamo bisogno di indicazioni precise.
“Grazie, grazie davvero della disponibilità…” Il sindaco sembrava agitato e quasi isterico, come una sposa il giorno del matrimonio, al centro dell’attenzione di tutti i suoi cittadini e dei mezzi di informazione, un politico è capace di dare tutto il meglio (ed il peggio) di se stesso. “…ma siamo già a posto! Non abbiamo proprio bisogno di altra gente, non sapremmo dove mettervi. Grazie ma le case sono ormai state sgombrate e l’esercito ha i mezzi sufficienti per ripulire il paese…Grazie, ma tornate pure alle vostre case…” la mano del burocrate stretta sulla spalla del dottore lo spingeva poco cortesemente verso l’uscita dall’ufficio. Io e Giorgio eravamo rimasti fuori, sulle scale, dove una fila interminabile di persone stavano aspettando aiuti e maledicendo il loro primo cittadino perché continuava a dire a tutti che tutto-era-sotto-controllo.
“Non ci vogliono qui.” Il nostro condottiero avvilito si stava ritirando deluso.
“ Ma tu che dici?”  gli chiesi.
“ Eh Carlo, che dico…se non ci vogliono perché dice che c’è già troppa gente che facciamo?” avevo imparato che, quando mi chiamava Carlo era come se mi stava dando del lei, non gli ero piaciuto per qualcosa, quando mi chiamava con l’altro nome: Alberto, erario amico, il dottore mi chiamava Beltram, perché secondo lui il mio cognome aveva una e di troppo, quella finale.
“Quello lì è un disgraziato! Ho la casa piena di fango, non ho più niente da mettere addosso, non so dove dormire e lui dice che tutto è a posto?”  si lamentò una donna sulle scale. Un mormorio di adesione a quella lamentela si levò da tutta la fila.
“ Ok!..” Mi girai verso il più vicino a me “… lei ha la casa piena di fango?”
“Certo!  E non so come dormiremo stanotte sono qui per cercare delle coperte asciutte.” Il signore a cui stavo parlando era sulla trentina,sembrava timido ma forse era scioccato per la situazione disastrosa in cui si trovava lui ed i genitori anziani.
“ Va bene abbiamo capito cosa dobbiamo fare, Giorgio vieni con me, tu Fulvio, stai sul Comune, vedi dove sono coperte e la roba di cui la gente ha bisogno e comincia a fargliela avere. Venga…” mi rivolsi all’inondato, “…ci accompagni a casa sua.”
Quando uscimmo fuori fummo investiti da una terribile folata di vento e da un rumore assordante, le pale di un elicottero stavano sconvolgendo le tende piazzate sulla piazza e sollevando schizzi di fango che coprivano qualsiasi cosa,  alla portata di quella mostruosa turbina. Dalle scale del Municipio, si precipitò il sindaco che, quasi come una primadonna isterica, zittì ed allontanò chiunque tentasse di fermarlo.
” Dopo, accidenti, dopo…ora ho l’intervista!” L’elicottero è della RAI ed il sindaco apparirà su tutti i canali televisivi.
“ Dovresti pensare a noi, invece è da stamattina che fai l’attore.” Un anziano signore in fila scuote la testa, esce dalla fila e si avvia per andarsene.
“ Aspetti!” il nostro condottiero non si lascia scappare l’occasione, il dottore scende veloce dal Comune, prende l’anziano sottobraccio e rientra colui nell’ufficio vuoto del sindaco “ mi dica di cosa ha bisogno…”  E’ fatta. Quando il sindaco tornerà troverà che la fila di persone in attesa si sta sciogliendo velocemente nelle mani di quel medico semibalbuziente arrivato da chissà dove e che si è installato nel suo ufficio. Gli altri componenti del Consiglio hanno creduto che fosse stato investito di quell’autorità, proprio dal primo cittadino. Per tre giorni nessuno riuscirà a fermare il confuso dottore di Giaveno che distribuisce, i beni che arrivano da tutta l’Italia solidale nel piccolo centro, ai cittadini travolti dalla furia del Belbo e dalla inettitudine del suo primo cittadino.
A me e Giorgo, che avevamo organizzato due squadre di persone che, armate di pale e carrette, stavano velocemente sgombrando le case costruite nell’argine del fiume, piene di un metro di fango, arrivavano belle notizie della gesta del medico addetto alla distribuzione dal Comune del paese. Fulvio si stava guadagnando la stima di tutti coloro che erano stati travolti dal fango del Belbo. Furono giorni di fatica incredibile, bisognava fare presto, il fango aveva travolto ed ucciso conigli e galline sorpresi nelle gabbie ed i cadaveri degli animali, cominciavano presto a fare vermi e ad imputridire. Eravamo costretti a lavare le case con un presidio medico per disinfettarla dei batteri che erano stati trascinati dal fango e dai travasi delle fogne. Ma prima di questo dovetti vincere la ritrosia dei vecchi piemontesi i quali non si fidavano di fare entrare nelle loro case un meridionale. Erano case modeste, non si era salvato niente dalla furia del fiume. Acqua e fango  avevano reso inutile qualsiasi mobile, vestiario o elettrodomestico, ma pure, la paura del napuli  che avrebbe potuto rubare nelle loro case, era molto forte. Per fortuna ( loro o mia non so) mi chiamavo Carlo Alberto, un nome importante per i piemontesi. Solo dopo tre giorni di lavoro, di incitamenti ed incoraggiamenti agli altri, si sciolsero in qualche confidenza. Per il paese passavano i giovani della Lega Nord a distribuire bottiglie di acqua col simbolo del Gucciardone , ma a me non la davano appena sentivano che ero meridionale. Molti militari di origine del sud si rifiutavano di collaborare con coloro che li avevano sempre disprezzati per razzismo. Quell’esperienza fu per me e per loro, un duro nodo da sciogliere sul  piano della solidarietà, mi costò molto ma alla fine fui felice di battere le mie ristrettezze mentali e la stupidità di chi divide gli uomini a seconda la latitudine ed il colore degli occhi o della pelle.
Intanto da tutta l’Italia arrivavano pompieri ed esercito con attrezzature fantastiche. Ma dopo che si parcheggiavano  sulla piazza ormai ripulita, coi loro mezzi anfibi ben in mostra alle telecamere che continuavano a girare intorno al sindaco, alcuni occupavano la maggior parte del tempo a giocare a carte, a mangiare alla tavola degli alpini e a razziare cose che arrivavano per gli abitanti danneggiati. Una giovane donna, madre di due bambini si lamentava sulla piazza che nessuna la aiutava a togliere dal garage il fango che si stava rassodando, una volta indurito sarebbe stato impossibile farlo ed avrebbe potuto danneggiare pericolosamente la struttura del palazzo. Pazienza mi venne a prendere dove stavo spalando il fango dalla casa del vicino del ferroviere.
 “ Come si fa a togliere tutto quel fango dal piano interrato?” mi chiese una volta sul posto, speranzoso in una risposta solutiva da parte mia.
“Fulvio, sulla piazza ci sono ancora i pompieri sardi con le idrovore?” gli chiesi.
“ Si certo, possono servire?”
“Eccome, vieni!”
i pompieri furono contenti che a qualcuno fosse venuto in mente che loro erano li per dare una mano, il sindaco li aveva voluti sulla piazza per uno sfondo importante nelle sue interviste.
“Coraggio tiriamo via questo fango dai garage” gli dissi una volta sul posto. In una situazione simile, chiunque dia gli ordini sembra investito di autorità da chissà chi, tutti cercano sicurezza in qualcuno che si assume delle responsabilità. Nel 1994 l’organizzazione della protezione civile non era quella di oggi. Il fatto che il dottor Pazienza, il responsabile del Comune fosse venuto a chiedere a me, aveva fatto pensare al capo dei pompieri sardi che ero il depositario di chissà quale autorità.
“ Ma questo è ormai un muro di sabbia compatto, le idrovore non servono a niente!” lo sconsolato capo spedizione dei pompieri si dava troppo presto per vinto, ma io ed il dottore non lo mollavamo.
“Butta un pescante nel fiume, tira sù dell’acqua e sparagliela dentro e con l’idrovora aspira il fango!” gridai all’uomo in divisa, il dottore era sconcertato da tanta inefficienza, ma ogni soluzione che trovavamo lo faceva sentire  meglio. Aveva una fede incredibile!
Il pompiere con la lancia idrica sulle spalle continuava ad aggirarsi come uno spettro alla ricerca di un ingresso dal quale far passare il getto d’acqua.
“ Ma una finestra non ti va bene? Cene sono cento!” gli gridai.
“ Si…ma sono tutte chiuse!”
“Spacca un vetro alla più vicina e spara quella cavolo di acqua!” ero esasperato, ti aspetti sempre che in questi casi ognuno sappia quello che deve fare, che sappia prendere delle decisioni, ma spesso invece i volontari erano persone che davano il loro tempo, la loro disponibilità, ma poverini non avevano esperienza ed in mancanza di un ordine preciso,chi è abituato alle gerarchie, diventa incapace di muoversi con adeguatezza. Ci vuole qualcuno che gli gridi nelle orecchie il da farsi.
Un’altra colonna simile, la organizzammo per togliere il fango dalla biblioteca del Paese, intitolata al suo celebre cittadino Cesare Pavese. I libri era stati messi in salvo nei giorni precedenti. Dopo tre giorni di sudate pazzesche, con la stessa roba ormai appiccicata addosso e morto di sonno (avevo dormito solo poche ore per due notti, su una coperta stesa sul pavimento di un ristorante) il paese era stato ripulito dal fango. Ora toccava a chi poteva rimettere a posto le abitazioni per la gente, noi avevamo dato quello che potevamo. Giorgio aveva lavorato tutto il tempo senza parlare molto, era stanco ma felice di aver dato il suo contributo. Gli sembrava di aver reso qualcosa di ciò che aveva sottratto nella sua vita. Sembrava in pace con se stesso, pensai che il pover’uomo non doveva aver sottratto molto se tre giorni di lavoro bastavano a mettere a posto tutto.
Alla fine del terzo giorno risalimmo in macchina e tornammo a casa. Dal secondo giorno del nostro arrivo,  erano comparsi a Santo Stefano, anche le casacche della protezione civile di Giaveno, li avevamo incrociati nel ristorante, a far foto di gruppo su qualche cumulo di fango nel paese, con qualche bottiglia di vino d’annata salvata dal buio di qualche cantina, ma le loro divise erano rimaste immacolate fino al terzo giorno, quando noi ripartimmo. Non ci siamo sentiti molto simili, noi eravamo tre cani sciolti. Randagi soddisfatti di quello che avevamo fatto, tanto o poco.
Era il novembre del 1994.
Qualche mese dopo, a Giaveno, la protezione civile locale espose sulla piazza, le foto del loro intervento a Santo Stefano Belbo, raccoglievano fondi per la protezione civile.
Passò un po’ di tempo, il mio amico dottore mi veniva a trovare ogni tanto, facendo scatenare ogni volta come delle furie i miei tre cani.
“ La sezione giavenese della protezione  civile fanno una cena…” parlava di questo come di un riconoscimento onorevole ma anche scomodo “…ha invitato me ed i miei amici di Santo Stefano, se vogliamo partecipare…” non so perché ma avevo la netta sensazione che qualsiasi risposta io avessi dato per lui andava bene.
“ Io sono di Giaveno “ gli dissi “…non di Santo Stefano e non faccio parte della protezione civile.”
“ Certo, certo…gli dirò di no…noi siamo un’altra cosa.”
“ Cosa siamo noi Fulvio?”
“Amici…siamo solo amici.”
“Vero.”
Ancora oggi, quando il mio amico dottore mi parla di quello che abbiamo fatto a Santo Stefano, a me sembra che per lui sia stato più di tre giorni in mezzo al fango, lo spirito con quale ravviva i suoi occhi nel raccontare a quelli che incontra, che noi abbiamo fatto insieme qualcosa di grande, è lo stesso di chi sa di aver vinto una grande battaglia e, all’occorrenza sa poter contare su amici veri.
Ma io so che le mie braccia non  potrebbero più niente contro un metro e mezzo di fango, di Giorgio so che si trasferì poche settimane dopo in Liguria, non l’ho mai più rivisto, perciò spero che la gente costruisca fuori dagli alvei dei fiumi, che i Comuni curino i boschi e i fiumi e, soprattutto, prego il Dio della pioggia,  che non piova più tanto.