martedì 5 aprile 2011

Il dotto e il carbonaro

Nella ricorrenza del centocinquantesimo anniversario, di quella che troppi ancora, si ostinano a chiamare unità d’Italia, si è costituito, anche nel Comune dove vivo, un comitato cittadino per i festeggiamenti. La cosa ha colto molta gente, proprio mentre stava traghettandosi faticosamente, dalla vecchia storia scolastica e partigiana, raccontata dai libri di testo pro vincitori, a quella nuova che emerge dalle ricerche dai cassetti, non più secretati, degli archivi di Stato. Così colpiti in pieno attraversamento di acque non facili, molte persone non hanno saputo come proporsi di fronte al festoso Comitato. Nella stessa situazioni di costoro, io ho deciso, invece, di aderire. Ho aderito per partecipare ad un evento che, da un lato mi riporta alle violenze e saccheggi subite dalla mia gente e dalla mia terra, alla mia migrazione dovuta alle scelte politiche successive all’annessione in stato di sudditanza del meridione, e dall’altro all’affetto che nutro per la nostra Nazione:amo l’Italia. Anche se credo che questa sia la prima volta che lo dico apertamente.
Il mio è un amore adulto, maturato col tempo ma che si manifestava già in giovane età, quando emigrante in Germania, volli ritornare decisamente nel mio Paese e, per sottolineare quel bisogno, strappai il mio passaporto in segno di impegno a non lasciarlo mai più.
Dovettero passare quaranta anni prima che tornassi, anche se come turista, nei luoghi dove avevo vissuto dai quindici ai miei venta’anni.
È stato proprio questo mio sentirmi sempre un migrante, anche in questo paese del nord dove vivo dal mio ritorno in Italia, che mi ha portato a decidere che io, questa volta, avrei dato il mio contributo per festeggiare la mia amata terra.
L’approccio iniziale col nascente comitato però, è stato disastroso. Nel gruppo ci ho trovato le vecchie cariatidi del defunto comunismo italiano.
Gente che per mezzo secolo aveva votato sul primo simbolo in alto a sinistra della scheda elettorale. Posto eroicamente conquistato ad ogni tornata elettorale, a forza di botte e spintoni, dai rudi esponenti delle masse ignoranti, all’uopo definite lavoratrici, manco gli altri campassero di rendita e di soprusi. Quella conquista del simbolo di partito in alto a sinistra era di fatto un insulto ai suoi elettori. Bisogna riconoscere che era un efficace espediente per non far si che i votanti venissero confusi  da simboli di disturbo, che venivano ad arte disegnati quando più simile alla falce e martello, ma difatti era un’ammissione netta: il suo elettore, per gran parte incapace di leggere e scrivere, poteva mirare tranquillo dove il Partito gli indicava con uno slogan altrettanto efficace: COLPO IN TESTA A SINISTRA E BASTA!
Per generazioni si era votato così, ereditando dai padri con la fede politica, l’ignoranza ed un destino da emigrante.
In questo mio nuovo paese, il Comitato per i festeggiamenti dell’unità nazionale, è formato (quasi esclusivamente) da coloro che, non so quanto per fede e quanto per ignoranza, hanno seguito tutto il percorso dell’ex Partito Comunista, in tutte le sue trasmutazioni. Traslochi che l’hanno portato dalla falce e martello alla Cosa prima e alla Cosa dopo, dalla Quercia e dalla Margherita (simpatico binomio bucolico) ai Ds e da questo al Pd e chissà dove ancora li potrà condurre. Così appena fatto l’elenco dei reduci di tutti questi trasferimenti, mi sarei alzato ed avrei, magari educatamente, salutato. Eh no! Nonme ne potevo andare, la mia amata Italia, esigeva da me una prova d’amore; non mi avrebbe perdonato se fossi mancato al suo compleanno. Così rimasi. Quella sera pensai:< questi quattro sfigati non andranno da nessuna parte, finiranno col guastare la festa della mia amata >. Rimasi per dare un tono diverso, un po’ di vivacità ed allegria, e per poter verificare che io non mi sbagliassi. In fin dei conti io sono uno di loro, un elettore e uomo di sinistra, strano, cane sciolto, ma sempre di sinistra. Stai qui, mi sono detto, stai qui e prova per una volta a lavorare con gli altri, non cedere immediatamente al tuo individualismo, stai in mezzo al branco; lupo solitario.
Qualcosa si riesce sempre a fare, quando si inizia, ognuno tende a far sembrare simpatiche le proposte degli altri, poiché è implicito che si aspetti la stessa condiscendenza sulle sue. Così la parte iniziale del percorso conferma la nobiltà di un lavoro comune ma, appena si svolta l’angolo a sinistra, ecco che i modi ed i  registri attraverso i quali si regolano i conti interni, sono, irrimediabilmente, quelli ottusi del potere stalinista. Sin dalla scelta del presidente del comitato si è presa una brutta china. Chiunque avrebbe pensato a farsi rappresentare dal tipo o dalla tipa più gradevole, spendibile come immagine, tenendo conto che ognuno di noi è convinto che:< se uno è gradevole fuori se lo è altrettanto dentro…> noi, invece, ci siamo scelti (su mia proposta, sich!) una persona che sembra uscita oggi: duemilaundici, dai cortei del sessantotto, quando le più brutte donne del corteo, in prima fila, gridavano con ragione < Tremate, Tremate, le streghe son tornate! >.
Non la descrivo fisicamente perché non c’entra niente. Mi basta che sappiate che conferma quando detto più avanti: quella persona è una palla!
Gestione del collettivo in modo autoritario e tutto teso alla rappresentazione di sé.
Fatte le prime considerazioni, eccoci ora là, da dove siamo partiti: il dotto.
Se uno che oltre ad essere stato un professore, si ricama un ruolo in un simile comitato, che vorrà fare? Il professore!
E che fa un professore? Insegna! Ed il nostro avrebbe dovuto insegnare storia ai nostri figli, ma il mio, al primo anno di liceo, mi chiese piangendo di cambiargli istituto per non stare nella sua classe. Alla seconda gli diedi ragione e lo accontentai.
Il tizio è rimasto ancorato ai suoi studi liceali ed ora, mezzo secolo dopo ce li propone: Bronte! Un bel film di Vancina che ha quasi tutti gli anni dell’unità, per parlare di che cosa è l’Italia di oggi!
Vabbè...che diamine da una parte sui potrà ben cominciare no?
Bronte allora. E Bronte sia.
Finito il film però, i venti spettatori sono mummificati nel silenzio, (anche l’età aiuta, la media si aggira dai sessanta in su, molto su).
Il nostro non demorde, forgiato al silenzio sbigottito di trent’anni di studenti, parte con un soliloquio ondulante tra le immagini del film e le rimembranze pelviche.
Qualcuno (per solidarietà) prova a dire qualcosa e, le tre parole che dice, sono un pieno di carburante per il nostro dotto, che con tre parole ci fa un discorso di mezz’ora. Timidamente, verso la fine dello spettacolo, era entrata nella sala,  una piccola figura: furtiva e smilza, curva come un’anima penante, di una signora che quando poi parla, ha la voce che sembra assumere un effetto boomerang incompleto purtroppo. Se le  sei a due metri, ti accorgi che parla, ma la sua voce sembra parcheggiare a metà strada tra te e lei e, dà l’impressione che piuttosto  vorrebbe tornarle in gola, cosciente forse più della sua fonte, che meglio sarebbe non uscire, per quello che quella povera anima le fa dire…ed eccola che però ti arriva e le tue orecchie, dopo che la poveretta ha fatto tanta fatica, sembrano non volerla sentire, petulante e sciatta, quando dice:” Ma...il bandito Gasparro, quando dice che se ne va in montagna, perché lui non crede a coloro che portano la pace con i  cannoni, dice una cosa vera, no?”  e nessuno capisce che quella battuta è un assist per il suo amico di partito il quale dovrebbe, a quel punto, cogliere l’occasione di parlare della Libia e degli aerei di Berlusconi, tanto lì dentro nessuno lo contesterebbe, sono tutti del PD!!
Poi dite che non lo devo dire...quando una è brutta fuori è brutta anche dentro. Bandito a chi?
Gasparre nel film di Vancina è un povero carbonaro sudicio e smunto da una vita da schiavo in un mondo difficile e duro. La sua interpretazione della rivolta è cruenta perché la sua vita e quella della sua gente è stata un inferno fino all’arrivo di Garibaldi, che trascina lui e tanti siciliani prima e molti meridionali dopo, in un impeto sincero di voglia di sentirsi cittadino italiano, con pari diritti dei Cappelli. Gasparro ha la bandiera tricolore legata su di se, intorno al collo e, quando capisce, prima di tutti, che i piemontesi coi cannoni, non sono venuti a portargli quella giustizia e quel risorgimento sbandierati allo sbarco, capisce che per lui è meglio tornare dove aveva passato la sua vita fino ad allora: nei boschi su per la montagna a fare carbone. Ma chiamarlo bandito...perché?
La prosopopea del prof non si pone il problema. Per il dotto Gasparro è un violento minatore (carbone=miniera, semplice no?) che ne sa lui che il carbonaio, faceva carboni col legno delle foreste?
Ma anche sul bandito un appunto lo fa: “ Non erano proprio banditi...erano semmai briganti, ma lo sarebbero diventati più in là!”
Ma tu guarda: in un film del passato il dotto ci legge il futuro. La voce boomerang ripropone una correzione della frase, manco che la voce nel ripiegarsi si sia persa qualche parola.
Qualcuno fa notare che se Gasparro è ritenuto un bandito, che cavolo si dovrebbe dire di Bixio?
Ma il dotto non ci stà. Lui ha giocato da bambino con le figurine dei suoi eroi garibaldini e no, ha tutto un album mentale dei suoi Cadorna e i bersaglieri, gli alpini e Cialdini e non ci sta che qualcuno gli scombini la sua raccolta. La sua cultura sta tutta in quella trafila storica imparata da ragazzo. I libri moderni? Pussa via! Pino Aprile? Ciarpame! Leggetevi cosa dicono i libri di testo…
“ Ma scusate…” azzardo “ Com’è che quando nel quarantaquattro la gente di qua se ne andava su in montagna per combattere i tedeschi erano eroi della resistenza e quando Gasparro, siciliano, se ne va sulle sue montagne per combattere l’invasore piemontese è un bandito o futuro brigante?”
Non ce la fanno tutti e due, il pomposo e vuoto fantoccio che si ritiene dotto scatta contro il mio ardito paragone: i briganti paragonati agli eroi della resistenza? Giammai! E la voce piegata fa poco più di un eco contorto: “ma io non volevo dire che i siciliani erano dei banditi!”
Sta minchia!..direbbe Gasparro. E tu pensa che il dotto è un compagno e la fettina piegata è la segretaria del suo partito…
Quale??? Ma non l’avete ancora capito??? Il PD!
Ma allora è chiaro direte: hanno una visione politica comune.
Può darsi, ma non credo che sia questo il collante della loro nebbia, no!
Ma allora quale, vi state chiedendo?
Sono piemontesi.