venerdì 3 dicembre 2010

L'ultimo Viaggio

 L’ultimo viaggio (2)
Chiudere ogni giorno, ogni mese, con la consapevolezza che potremmo non risvegliarci più, ti costringe ad essere migliore. Che senso ha fare del male a qualcuno per un tornaconto personale se pensi che domani non potresti esserci più? Perché mai dovremmo affannarci a correre dietro l’arricchimento a discapito di altri se sappiamo che ogni sera noi moriremo? Potremmo mai conservare odio e rancori se sappiamo che tutto finirebbe al calar del sole? Non avrebbe senso! Questo è l’esercizio della Buona Morte, che in realtà si traduce immediatamente, in una Buona Vita, disintossicata dalla fissazione di credersi eterni, quindi con la necessità di procurarsi ricchezze e potere per usarli  nel lungo tempo, mentre si acquista la convinzione che si può sopportare l’idea di nutrire odio e rancore, poiché la lunga vita darà sicuramente la possibilità di poter pareggiare i conti mentre, nel caso che siano altri a coltivare simili sentimenti nei nostri confronti, il tempo ci darà modo di sedarli o dimenticarli. Questo è alla base del non voler parlare della morte, la nostra è una cultura di violenza, guerra e sopraffazione, siamo proiettati alla ricerca di ricchezze da mettere da parte per fugare la paura del domani, poiché noi contempliamo il domani come una certezza, per sempre. Il fatto che poi ci capita di vedere intorno a noi la morte che presenta il suo a chi ci sta intorno, ci sgomenta e impaurisce, la riteniamo una cosa violenta, perché ci ricorda che essa, unica cosa certa, sta al termine del nostro percorso, lungo o corto che sia. Avrei molto ancora da dire ancora su questo argomento, ma mi sono ripromesso di non parlarmi addosso da solo, amerei qualche vostro intervento che arricchisse l’Agorà di echi diversi. Potremo sempre riprendere la discussione, quando qualcuno vorrà dirci la sua e arricchirci di pareri diversi o conferme. Qualcuno però si sarà chiesto il perché di questo argomento si sia cominciato a parlare su un blog dell’Associazione degli Emigranti SanPaolesi. Bene, questo argomento, amici ed amiche, ci tocca come tocca ogni essere vivente della terra anzi di più, ci tocca due volte. Come scrivevo in una mia poesia su “ Il Vento Racconta”, un emigrante muore due volte nello stesso momento, nel posto dove vive e dove è nato. Una morte duale come la nostra vita, dilaniata ed ancorata in due posti contemporaneamente. Viviamo in lande diverse da quella in cui siamo nati, siamo cresciuti e ambientati, ma abbiamo anche modificato gli ambienti in modo spesso radicale tanto da suscitare qualche dubbio sul fatto stesso che ci siamo ambientati davvero. Dubitate di questa mia affermazione? Certo, lo so, se vi pensate, se analizzate il modo rilassato in cui vivete nei luoghi che vi hanno accolto, voi trovate questa mia affermazione esagerata e personale. Io, invece, faccio una scommessa: volete vedere che se ci dovessero fare un esame al contenuto dello stomaco, ci troverebbero olio d’oliva Sanpaolese , orecchiette e rucola o, spesso cicatelli e broccoli e carne d’agnello e pesce che al nord dell’Italia non fa parte della dieta. Questa dualità della vita di un emigrante, è uno stato di malattia vero e proprio, che solo perché si manifesta, almeno nei grandi numeri, in modo pacifico, non è diagnosticata come una malattia. Non è conveniente per la società prendere coscienza che gli emigranti soffrono di una scissione fisica, mentale e culturale, molto simile alla schizofrenia. Anche qui sarà immediatamente chiaro che per tutti i lettori il primo pensiero sarà ( con un minimo di scarto individuale) : “Ma tu che dici…schizofrenico ci sarai tu. Come puoi affermare una cosa cotanto grave…Io, primario d’ospedale, io, medico di famiglia, architetto o avvocato, ma seppure muratore o operaio, persona totalmente felice di vivere e crescere i miei figli qui dove sono…Come puoi dire che sono uno schizofrenico? Ma mi faccia il piacere…” Ehhh, lo so! So bene che la soddisfazione di aver realizzato, in cinquanta anni di emigrazione cose come: l’acquisto di una casa, una macchina di grossa cilindrata e la laurea del figlio, sono cose che danno una tale soddisfazione che messe sul piatto della bilancia fanno pendere verso il ritenere il prezzo della nostra emigrazione un male necessario per avere un certo successo nella vita. Anche questo però è un argomento debole, può bastare a chi vuole farselo bastare, ma se pensiamo a chi è rimasto in paese non possiamo far finta di non vedere che i cinquanta anni vissuti nella propria terra, sono bastati anche a loro a costruire una casa, ad avere una buona macchina, ad avere i figli laureati, semmai lì si apre il discorso che, per precise responsabilità di chi ha amministrato il Paese, in tutti questi anni, non ha fatto niente per far nascere al sud, quella possibilità occupazionale per tutti i giovani, laureati o no, che diventano grandi e produttivi a spese della famiglia e del paese, ma che poi vanno a rendere profitto alle grandi città o ad altri Stati. Riprendiamo però il discorso sulla morte. Sulla morte di un emigrante e sulla sua dualità schizofrenica. Passeggiando in piazza d’estate, nello scambiare quattro parole con i compaesani che tornano dai luoghi in cui vivono, capita spesso di sentire dire “…ma io non sono mica un emigrante! Io sono un imprenditore a….e poi, io sono sempre qua! Almeno due volte al mese io sono al paese”  Mi chiedo come non si possa chiamare schizofrenia quella voglia di fare quattro passi in piazza con gli amici, ogni quindici giorni. Sono certo che anche se fosse ogni quindici mesi o anni, il periodo che uno ci torna, il desiderio di farlo sarebbe quotidiano per tutti, se economicamente possibile e compatibile con le proprie finanze. Bisogna invece ammettere che troppe volte bisogna rinunciare a questo innato bisogno. Un emigrante spende ogni suo risparmio nel ritorno annuale, e al massimo una puntata di qualche giorno tra un estate e l’altra. Ora vi prego di darmi una mano a comprendere come mai metà degli emigranti, pur godendo di ottima salute, hanno già comprato la tomba al paese. Cos’è questa necessità di riportare le ossa nella propria terra?Quale soddisfazione può dare sapere che da morto sarà nel proprio cimitero, tra i suoi compaesani? Sapete che la popolazione residente in paese è diminuita  di circa seimila abitanti tra la fine della seconda guerra mondiale e gli anni settanta del secolo scorso? Non avete notato invece che il cimitero ha più che raddoppiata la sua superficie, oltre che alzarsi di molti piani le costruzioni che ospitano i loculi?  Questa è la dimostrazione che molti, moltissimi di quelli che sono partiti, sono voluti tornare al paese da morti. Una passeggiata in quel giardino di anime vi basterà a comprendere. Così torniamo al tema della morte e cerchiamo di comprendere perché succede questo, come mai se siamo integrati dove viviamo per tutta la vita, alla fine non ammettiamo discussioni sul fatto che vogliamo con tutte le forze riportare il nostro corpo al luogo che l’ha partorito? Badate bene che facciamo questo sapendo di sottrarlo ai nostri discendenti i quali, solo in quel momento, scopriranno di essere senza radici, visto che i genitori li lasciano per ricongiungersi a quelle che erano state loro tranciate dall’emigrazione. Questa scelta, prettamente privata ed individuale, fa nascere un nuovo problema: La seconda Generazione. Coloro cioè, che sono nati nei luoghi di emigrazione dei padri  e che non hanno un paese al quale tornare.
 Il prossimo argomento sarà questo: La seconda generazione.