mercoledì 18 agosto 2010

il sud


mercoledì 18 agosto 2010

SU L' UNITA' DI OGGI SI PARLA DI ANTONIO CIANO E DEL PARTITO DEL SUD : 150 anni dopo / In viaggio a Eboli, Gaeta, Teano...


di Giuseppe Civati
La compagnia si allarga. Più che alle gesta garibaldine, il nostro viaggio dell’Unità assomiglia a un’impresa di Forrest Gump. Ora siamo in quattro, domani saremo in otto. Chissà quanti saremo a Marsala. Lascio a voi la (facile) risposta.

Ci si ferma a Eboli. Guardandosi indietro e pensando a cosa ci aspetta. A Matera, in Puglia, e ancora più a Sud. Perché la fermata, per noi, è da intendersi, in senso tecnico, come una sosta. E perché qui non hanno certo bisogno di noi: il Pd ha appena vinto. Da solo, o quasi, perché c’era l’Api e una lista che si chiama «Fatti per Eboli». Per dire.


In questa estate disunita e unitaria insieme, c’è un tizio con una croce di tre metri che viaggia, a piedi, da Milano (Binasco, per la precisione) a Cefalù. Salvatore, di nome. Di cognome, Glorioso. Per lui si tratta di un voto perché non vede i suoi figli dall’anno del divorzio. E vuole religiosamente protestare. Siccome alla croce ha messo le rotelle, qualcuno, prima che Glorioso superasse il fatidico confine del Po, lo voleva addirittura multare. Chissà se s’inventeranno un’ordinanza (apposita!) anche per le «croci a rotelle». Sembra uno scherzo, ma, come al solito, è tutto vero. Poi, ormai arrivato a Torrimpietra, vicino a Roma, lo ha fermato anche la Polstrada perché «la croce sbandava per il vento». Lo hanno rifocillato e lui, indomito, è ripartito. Deve arrivare a Cefalù. Magari lo incontro, verso Sud, e facciamo un pezzo di strada insieme.

Qualche chilometro più in là lungo la costa tirrenica, sempre più bella, arriviamo a Gaeta. Ci accompagnano Eliano e Paolo, amici per la pelle e giovani democratici. Ci parlano del Pd, che qui alle Amministrative se la cava, nonostante i terribili risultati delle politiche. Sono un po’ preoccupati per quello che accade a livello nazionale ma questo, nel Pd, non è una novità: è uno dei tratti che uniscono tutti gli iscritti. O quasi.

A Gaeta, contro la «sinistra garibaldina» che «professa la propria fede verso il massone nizzardo», c’è Antonio Ciano, che ha il negozio di tabacchi in piazza, vicino al municipio. Ciano ha fondato nel 2002 il Pds, che questa volta, nel gioco impazzito degli acronimi della politica italiana, sta per Partito del Sud. Qualche centinaio di voti in città. Il nome della lista? «Riprendiamoci Gaeta». Si sente assediato, Ciano, ma non da Roma: no, lui ce l’ha con Torino. Ora è assessore al demanio, che qui conta parecchio, con tutte le aree militari e i limiti invalicabili che compaiono sui muri della città.

Curioso che un neo-borbone si debba confrontare con il federalismo demaniale. Un segno dei tempi. «Nel 2005 dal Sud sono emigrati 120 mila giovani, chiamati terroni da coloro i quali si sono arricchiti con il drenaggio fiscale ai danni del Sud praticato dai vari governi di destra e di sinistra dal 1861 ad oggi», scrive cose così, Antonio Ciano. Che ha l’obiettivo, da «brigante», di «radicarsi nel territorio» (una vera ossessione, al giorno d’oggi) e si dice equidistante tra i due poli, perché «non è di destra, né di sinistra» (anche lui, ormai si ritrovano tutti lì, nel mezzo).

L’identità del Mezzogiorno è quello che gli interessa. Del resto, si sa, i Savoia hanno portato tutti i mali, perché hanno devastato («massacrato» o «violentato», precisa Ciano) l’economia del Sud. Ne riparleremo, perché il discorso di Ciano ha una sua anacronistica attualità, in attesa, ovviamente, che arrivi, scendendo dai Tremonti, la panacea del federalismo. Ciano non scherza: ha presentato una petizione per riavere i beni espropriati dai Savoia. Dalle due Sicilie alle due Italie, insomma. Una storia già sentita.

Da Gaeta lo sguardo corre verso Ponza. E viene in mente Ventotene. E il limite invalicabile diventa confino. Pio IX si scambia, allora, con Altiero Spinelli. E con Vittorio Foa, dalle carceri della giovinezza alla vicina Formia delle sue parole, fino alla fine limpide e precise. E l’«obbedisco» di Garibaldi, il vero sipario sul Risorgimento, diviene il limite invalicabile dell’obbedienza, si potrebbe dire. Così da Carlo Levi si passa velocemente a don Milani. Al conformismo dei tempi nostri, al confino di un Paese che vi si è posto da solo e alla necessità, liberatoria, di evadere e di andare controcorrente.
Tra Gaeta ed Eboli, c’è Teano. Una tappa irrinunciabile. L’antica Sidicinum ora dà il nome al locale centro commerciale. Il centro storico è affascinante. La cittadina si prepara alla Notte bianca di fine agosto. Le fanno dappertutto, le notti bianche. Ci sono cinque vetrine sulle quali campeggia l’insegna della Pro Loco, ma sono tutti chiusi e non ci sono gli orari di apertura. Ora, prima di unire l’Italia, sarebbe il caso di unire le Pro Loco.

Perché sono tante e in ogni caso e, potremmo dire, da nessuna parte, si trovano informazioni circa il ‘loco’ dello storico incontro. Ci rivolgiamo a Sergio, che fa l’infermiere al Pronto Soccorso. Ci dice che dobbiamo andare verso l’autostrada. Nemmeno i due si fossero incontrati in autogrill. Nella campagna, senza alcuna enfasi, come se si trattasse di un agriturismo, il primo dei due cartelli. Qui si incontrarono Garibaldi e il re. La cittadinanza pose. Sopra il guardrail. Ma non è finita. Dopo una rotonda, qualche centinaio di metri più in là, ce n’è un altro. Che dice che anche qui si sono incontrati Garibaldi e il re. Dall’incontro siamo passati alla disfida di Teano: ponte di San Nicola o Taverna Catena? Teano o Vairano? La cosa ha dell’incredibile, perché il vero problema non consisterebbe nella corretta localizzazione, sulla quale le fonti per altro si dividono, ma nel dare le minime informazioni ai visitatori che arrivano sul posto. E Teano e Variano potrebbero addirittura coalizzarsi. Pensateci: sarebbe un fatto epocale, nell’Italia dei localismi e delle rivalità da strapaese.

Per ora, vince, per meriti turistici, Vairano Patenora. Che ha il cartello, il monumento in piazza, e molte lapidi. Con i toni seri, che ci vogliono, in questi casi. L’eroe che mai fu vinto e il grande re. I citandi artefici. Salutandolo sovrano, il popolo, ecc.

Chissà cosa accadrebbe oggi se Garibaldi volesse incontrare le istituzioni a Teano. I Savoia, li escludiamo per motivi repubblicani (e non solo). L’eroe dei due mondi troverebbe il presidente Napolitano assediato dai golpisti balneari, che più che a Teano lo vedrebbero volentieri a Gaeta. O forse un Berlusconi sempre più improbabile, di ritorno da un festino a Casoria. Bertolaso organizzerebbe uno dei suoi grandi eventi, per l’occasione.

La verità è con il senso dello Stato che ci ritroviamo sulla lapide scriverebbero: «Arrivò Garibaldi e non c’era nessuno». Per poi discutere, per anni, circa l’esatta localizzazione del mancato incontro. Perché noi, in Italia, ci occupiamo sempre degli aspetti più importanti delle cose.
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SCHEGGE DI SUD – 1




Che succede, al Sud, mentre qualcuno ne parla male, senza preoccuparsi di conoscerlo
e qualche altro è distratto dal tentativo di capirlo?
Passi anni a cercare il Sud sulle pagine di chi lo ha studiato, descritto. Hai percorso centinaia di migliaia di chilometri fra le sue capitali, perché è lì che succedono i fatti. Hai consumato le rotte aeree e le autostrade (vabbé, si fa per dire) per muoverti fra quei centri che producevano notizie, quasi sempre della stessa specie, perché il Sud interessa solo quando conferma la sua natura di terra e gente perdute e irredimibili (quindi mafia, sprechi, ritardi); il buono, a Sud, è sospetto. Il terremoto ti svela, poi, una miriade di non-luoghi dove il Sud si nasconde: paesi di cui scopri l’esistenza quando il sisma li cancella. Come le vittime degli episodi di cronaca nera: apprendi che c’erano, se qualcuno li uccide; e ne pubblichi il nome, persino la storia! Insomma: dover morire, per certificare la propria esistenza. Poi, accetti inviti, per andare a parlare di Terroni, in paesi di cui apprendi il nome per la prima volta. E il Sud che pensavi di conoscere è solo la parte visibile; l’altro, lo attraversavi per sapere di quello.Fra gli Alburni e i monti di sabbia del Pollino, sopra il Vallo di Diano (residui di un immenso, mobile paleolago), fra le forre e le gole precipiti che salgono dal Cilento nell’interno vuoto; fra le valli larghe della Lucania e del Sannio, dov’è sparsa, in centinaia di chilometri, la popolazione che c’è in una borgata di Roma, un quartiere di Napoli, non dei maggiori… Sono posti da cui non si passa, perché restano ai lati della strada, magari dietro la collina, invisibili; ci va chi ci deve stare; o tornarci, ogni tanto. Posti, da cui si va via. Vedi centri storici bellissimi e abbandonati: le case le regalano, e nessuno le vuole. «Eravano oltre diecimila; oggi i residenti sono la metà; veri, ancora meno: tanti risultano abitare qui, ma sono altrove», ti dicono a San Bartolomeo in Galdo, nel Subappennino Dauno, fra Campobasso e Foggia. Sono i paesi in cui il Sud che si vede butta i suoi rifiuti, in ogni senso: dalla miseria all’immondizia. Ai piedi dell’abitato, c’è una discarica nella quale finisce lo schifo che avvelenava Napoli. Non si sa cosa sversino lì, quali veleni; li si vedono scorrere (a decine di litri al secondo, hanno filmato, prima che almeno ricoprissero la discarica), in un affluente del Fortore, che poi riempie l’enorme diga di Occhito e dà da bere a mezzo milione di persone, nel Tavoliere. Nel lago sono comparse alghe rosse, tossiche; la pesca è stata interdetta. Ma chi ne sa? Chi ne parla? A chi interessa? E nessuno interviene sulla discarica; il sindaco ha scarsi poteri. E pure quelli, magari, amputati, come a Casalduni, uno dei due paesi martiri del 1861, rasi al suolo dai bersaglieri di Pier Eleonoro Negri, per fare l’Italia. Il Comune ha accettato di ospitare un colossale centro per il trattamento rifiuti, in cambio di royalties, per rivitalizzare l’economia cittadina. Il centro lo hanno fatto, ci portano la monnezza di Napoli; capita che file di camion, chilometri, attendano per giorni, lasciando scolare veleni nella valle dov’è il paese, con il suo fiume e la cascata. Il veleno è arrivato, i soldi no; e non si sa quando glieli daranno. Sulla carta, il Comune è con le casse zeppe; nei fatti, non ha un euro per pagare i fornitori e rischia la bancarotta. «Falliremo ricchi», dice il sindaco. Una legge apposita gli vieta di pignorare il malpagatore. Tanto chi lo saprà, a chi importa?
Il Sud che fa notizia è libero e pulito (insomma…); qualcuno può vantarsi di aver fatto un miracolo. Non c’è altro da dire; e il Sud che nessuno vede è ridotto a una rete di discariche senza controllo.
Però… Una mezza dozzina ragazzi crea un centro culturale a San Bartolomeo in Galdo; si tassano. «Siamo quattro gatti, ma vieni lo stesso», ti dicono. Hanno ottenuto la sala della biblioteca comunale, sono contenti. Se va bene, ci saranno anche 20-30 persone. Ne arrivano oltre duecento, inclusi i sindaci del paesi intorno. Ci sono i vigili urbani, i carabinieri, il prete e il dirigente scolastico; i giovani con i nonni. Chi è che parlava di apatia? Ti raccontano che i cavatelli con i broccoli qui li fanno come neanche in paradiso; e c’è la casa che nessuno compra, anche se molto comoda, perché c’è il fantasma; e che si sono iscritti alla confraternita della chiesetta sorta sull’antico cimitero, per poterne salvare l’organo del Settecento, farlo restaurare, impedire che sia venduto, come fece un parroco con l’altro organo che era vanto del paese. Colgono un accenno alle altre discariche “sui” paesi dell’interno e sulla necessità di raccordarsi, fare un’indagine insieme, e il giorno dopo sono già all’opera; cercano idee per far ritornare la gente nelle case vuote. Qui, nel paese delle incompiute: l’ospedale è in costruzione da cinquant’anni; la scuola da una ventina, se ho capito bene: è ferma allo scheletro; come la nuova chiesa…
«Vogliamo cominciare cose che giungono al termine», ti dicono questi ragazzi. Il sindaco è un loro coetaneo, ex compagno di scuola. Divisi politicamente, non negl’intenti. Scopri che hanno lauree interessanti, ben prese; alcuni restano qui, a gestire il poco, pur avendo prospettive incomparabili altrove: Altri sono fuori, per il lavoro, ma si sono impegnati a tornare ogni fine settimana, ogni due, a lavorare per iniziative comuni, come risiedessero ancora qui. «Ora completeranno la strada, sarà più facile arrivare». Sono due chilometri (ora di buche e frane), ma a loro sembra il segnale di svolta.
Quelli che vengono a prenderti in Cilento, per portarti sui monti si sabbia ti fanno risalire la valle del Mingardo. Sapete di cosa parlo? Questo era il fiume dei morti, per Virgilio, lo Stige; e lo era anche per Dante, che dai sette gironi di queste gole prese l’idea della conformazione dell’inferno. Qui ci sono la Valle dell’Inferno e la Gola del Diavolo. La fantasia umana attribuisce spesso la bellezza estrema alla perfidia dell’opera luciferina. Le pareti di queste gole sono un sogno o un incubo: poche volte ho visto qualcosa di più bello; quando il fiume sfugge alla stretta rocciosa, si distende, finalmente libero e sinuoso, nella piana, fra pinete e coltivi, mandrie allo stato brado, e la foce presso Palinuro, dinanzi al celebratissimo arco naturale di pietra. A governare, a monte, l’ingresso nell’orrido, l’abitato medievale di San Severino, rudere disabitato. Gioielli sprecati. Non producono lavoro, tranne che sull’intasata fascia costiera, in estate.
E Montesano sulla Marcellana voi sapevate che esiste? Ha più di seimila abitanti, domina il Vallo di Diano e i boschi alle sue spalle, verso il Potentino, più Lucania che Salernitano. Di qui andò via un emigrante che tornò ricchissimo, dall’Argentina, e si mise a costruire chiese, conventi, terme, tutto a sue spese.
Ad animare il posto, un gruppetto di ragazzi tenacemente legati al paese, anche se uno studia a Bologna e organizza manifestazioni musicali; e non è il solo a fare il pendolare, con un obiettivo: avere come base il proprio paese, estrarre lavoro e reddito da quello che c’è. «È tanto, non considerato: storia, cibo buono, posti magnifici e non conosciuti, possibilità di offrirli a prezzi modesti ma remunerativi…». Sono ragazzi che hanno visto mondo, sanno e guardano con altri occhi quello che, a chi è rimasto in paese, sembra privo di valore. «Vendo i pezzi di terra sparsi che appartengono alla mia famiglia, ne prendo uno più grande e ci faccio qualcosa: qui vale la pena venire. Noi ce ne siamo accorti, se ne accorgeranno pure gli altri. Li aiuteremo ad accorgersene».
Non se ne vanno, questi ragazzi; potrebbero, ma tornano, per restare. E se provi, con un pizzico di provocazione, a dire: «Che ci fa uno con la tua preparazione, qui?», ti rispondono che dove tutto sembra finito, si può ricominciare; mentre tanti ancora partono. È un valore che scorgono per contrasto: vedono quello che si è ancora salvato nel loro paese e non quello che si è perso; quello che può diventare, non quello che è diventato; e che, nonostante il declino e lo svuotamento, vi è più di quel che hanno trovato altrove. A parte i soldipartito del sud