giovedì 8 aprile 2010

presentazione alla stampa della nostra Associazione

Noi emigranti abbiamo alle spalle una storia sbagliata, ma anche noi italiani abbiamo alle spalle un’altra storia sbagliata, quelle storie ci hanno uniti fin qui, in questo modo erroneo di esserci cresciuti italiani, un popolo che non si riconosce in se stessi. Centocinquanta anni fa, qualcuno disse: “Facciamo l’Italia, poi penseremo a fare gli italiani.” Ora noi pensiamo, che quel tempo, dopo un secolo e mezzo sia arrivato. Non c’è una sola Nazione al mondo che non sia nata da una guerra violenta e c’è un unico esempio di una Nazione, forzata ad essere tale con la forza, che ha trovato la via pacifica ed il rispetto reciproco per scindersi senza spargimento di sangue:La ex Cecoslovacchia! In tutte le altre storie si ripete il solito cliché:Vinti e vincitori. L’emigrazione italiana, era iniziata con la diaspora dalla regioni lombardo-veneto-piemontesi dello Stato Sabaudo, con il nord del Paese prima dell’unificazione. Continuarono con la fuga dall’Italia di coloro che avevano tre buoni motivi per fuggire: una era la fame di un sud distrutto ed impoverito dalla guerra fratricida, l’altra era la paura di essere catturati dai carabinieri e di essere processato come ex resistente etichettato come “Brigante” ( titolo che i piemontesi avevano imparato a loro spese, più di mezzo secolo prima dai francesi) il terzo motivo era che sentendosi sconfitti, molti meridionali hanno scelto l’addio per sempre al Paese piuttosto che sottomettersi ai piemontesi. I bastimenti li portavano in paesi lontani, dai quali non era facile andare e tornare, in America Latina nacquero interi paesi costruiti dagli emigranti e, mentre i piemontesi, gente di terre boschive e montuose si erano sistemati all’interno dei nuovi territori, i meridionali, abituati ai tramonti sul mare, si sono radicati nelle coste. Non hanno mai avuto contatti tra loro per molto tempo, ancora oggi i piemontesi dell’Argentina, chiamano gli altri italiani emigrati col nomignolo “Tano”, senza sapere il perché di quel’attributo, a coloro che venivano individuati, come provenienti dal regno dominato da Napoli, quindi Napoletano. D’altronde anche qui noi siamo stati chiamati fino a ieri Napuli. Se rileggiamo quindi, la storia dell’emigrazione, ci dobbiamo rendere conto che non è mai esistita una migrazione italiana, ma che si è partiti sempre e solo dalle regioni più povere del paese ( d’altronde non è così ancora oggi?) per cercare scampo ad un destino che pone alcune persone su un punto di partenza svantaggiato. Lo sviluppo del nord I dell’Italia ha deviato e mutato l’emigrazione da esterna ad interna, da braccia per i lavori manuali a cervelli per professioni più nobili, ma il Paese è stato incapace di redistribuire la ricchezza con gli investimenti su tutto il territorio nazionale ed ancora oggi, al nord si resiste alla crisi, al sud si chiudono le fabbriche determinando una nuova emergenza migratoria.


Questo processo non aiuta gli sforzi di coloro che erano intenti a lavorare per “fare gli iataliani” anzi, sta determinando un nuovo allontanamento del nostro popolo, che spinto dalla crisi, comincia a cercare soluzioni di arroccamento e paventano fratture. Ecco qui noi, sposando in pieno l’indicazione del Presidente della Repubblica, ci operiamo per far si che ognuno dia il suo contributo alla ricostruzione storica dei motivi sociali, che hanno portato a questa disparità del paese, ci proponiamo di raccogliere i cocci di vite e rapporti tranciati da questa esperienza migratoria, ci adoperiamo come colla, per rimettere insieme i pezzi, di parentele spezzate, amicizie interrotte, lingue e culture smarrite, per poter tramutare queste esperienze della vita di un emigrante, ma non meno importanti di quelle degli indigeni, che si vedono e sentono in pericolo dagli arrivi dei migranti, in esperienze di arricchimento collettivo che ci danno senza togliere, che aggiungono senza sottrarre. Noi non possiamo e non dobbiamo prendere coscienza della nostra storia, per usare questa acquisizione come un grimaldello contro la nostra Unità Nazionale. Proprio perché è costata tanto sangue e sacrifici. Non dobbiamo aver paura di guardarci in faccia e capire che, se siamo arrivati fin qui, sforzandoci ognuno di dare il suo contributo affinché il Paese crescesse, ora, in un momento di grande difficoltà, proprio quando un paese ha bisogno dell’impegno di tutti per poterne uscire con la schiena dritta, noi pensiamo di rimettere pali e fili a frontiere che non trovano il senso neppure nell’essere solo pensate. Il mondo e fatto di tutti i popoli, come possiamo pensare che una Nazione non debba essere fatta di tutte le sue Regioni? È nostra intenzione dare il nostro contributo a questo proposito, facendoci carico di riuscire a far fruttare quello che di buono c’è dentro una esperienza migratoria, la crescita culturale ad esempio, che sempre deriva dall’incontro con chi è diverso da noi, la letteratura e la musica che nascono dalla lontananza e dalla nostalgia della propria terra, tutta la cinematografia ed il teatro che queste, anche dolorose, esperienze hanno prodotto in questo nostro secolo e mezzo che ci ha unito. Aiutando noi e gli altri a comprendere che quando un fratello minore combina pasticci, è d’uopo che il fratello maggiore gli tiri le orecchie al posto del padre, magari assente o distratto in quel momento e che non per questo, da grande, lui sia autorizzato ad odiarlo. Deve invece prendere coscienza che se lui è cresciuto bene, è anche merito di qualche scappellotto che il fratello gli ha elargito da piccolo. Noi pensiamo a noi stessi e alla nostra Associazione in questo modo. È vero, di associazioni culturali di emigranti ce ne sono mille in ogni luogo e pensiamo che ognuno di loro abbia svolto e svolga un ruolo importante per la conservazione della peculiarità che li differenzia dagli altri, ma pensiamo anche che questo sia stato e continui ad essere il loro limite. Noi pensiamo che “l’Integrazione Perfetta” non sia mai avvenuta in Italia, perché ognuno di noi ha messo con forza in campo la propria specificità, noi vogliamo mettere gli emigranti di fronte agli indigeni, gli uni di fronte agli altri, come persone. Vogliamo che si guardino come in uno specchio e che, invece di notare le loro differenze, contino le tante cose per le quali si assomigliano. Vogliamo credere fortemente, che come le persone reagiscono dopo essersi guardati a lungo in cagnesco, nutrendo sospetti e paure gli uni degli altri, scoppino tutto d’un tratto, in una fragorosa risata e brindino alla loro amicizia, al posto di imbracciare i fucili.

Il Presidente dell'Associazione Culturale
Emigranti SanPaolesi nel Mondo
Fernando A. Martella