giovedì 22 febbraio 2018

la capsula del tempo

La capsula del tempo



Quando tu parti
per cercar la via
Che ti porti a quel nuovo negozio
Ti dici che lo fai per aver decoro
Che non ti garba di restare in ozio
Quindi emigri per cercar lavoro.

Prima di partire, con rispetto,
Metti il tuo passato in un fagotto
Lo arrotoli e lo leghi a mò di palla
Lo porti al posto tuo e lo sotterri
Dentro c’hai messo il tuo vissuto
I tuoi ricordi, gli affetti e qualche amore
Le foto di com’eri un dì di festa
Qualche progetto che avevi per la testa.

Parti pensando che lì, dove l’hai messo,
Starà al sicuro, finché non tornerai
ma poi lo scordi, la vita ti cattura,
Sei come prigioniero e non torni mai.

Dimentichi del tuo luogo sicuro
Pensi al presente che non lega col passato
Però ogni tanto, quando ti distrai,
Quel tuo fagotto torna spesso a galla,
Pare qualcosa che non hai digerito
Che torna su da dove l’hai seppellito
Quel nodo dove l’hai legato
Non racconta di un seguito col passato

Rammenta invece dove l’hai strappato.

Hai tutto qui, ma ti manca il tuo vento
E l’aria che spirava su dal mare,
Con la salsedine che non ti trova più,
Vuoi morire nella tua gioventù.

In giro ci sei stato e...si ti piace
ma non sei riuscito mai a stare in pace,
quel posto che ti ha dato la luce
rinviene come un peperone
ed ogni volta ti si ripropone
sempre più spesso,
sempre più pressante,
A una certa età proprio ti prende
E non ti lascia solo mai più un istante.

Ritornerò alla quercia, alla marana,
e non importa se non esiste più,
tirerò da là sotto il mio fagotto
e lo ritroverò così, come l’ho messo,
anche se il posto non è più lo stesso.

Che se un migrante torna alla sua terra
é un po’ come lo sbandato di una guerra,
non trova tracce della sua gioventù
perfino il vento non lo riconoscerà
però lui sa che dentro quel fagotto
l’aveva messo e lo ritroverà.

Per questo dentro sorride soddisfatto
È tutto là, nella sua capsula del tempo.


mercoledì 21 febbraio 2018

col tempo che vuole

Col tempo che vuole

Quando le prime margheritine fioriscono, quando con la calura ti viene voglia di una fetta di anguria, quando i melograni si aprono sgranando i loro denti all'aria, quando...ah la neve col mosto cotto! allora la mia infanzia mi viene a trovare. Arriva incedendo piano, sembra che conti i passi, come giocasse a campana e, solo casualmente, si ritrova davanti alla mia porta. Io, invece, so che é biricchina, che quando arriva, anche se mi sorprende ogni volta, lei lo ha deciso molto tempo prima; é solo quel suo modo di procedere che le fa perdere tempo lungo la strada. Si attarda distratta dalle cose che incontra, i suoi occhi curiosi sono attratti dalle miriadi di cose che riescono a percepire mentre mi si avvicina. Io sono cambiato negli anni e lei, mi studia, cerca di comprendere quale sia il modo migliore di avvicinarsi a me, il momento più opportuno. Spesso la trovo seduta sul divano davanti alla televisione, aspettando che finisca il notiziario, dal quale mi vede preso. Altre volte mi accorgo che è da tempo seduta dietro di me sulla bici, mentre io e il piccolo Luca cantiamo a più riprese le canzoni che inventiamo durante i nostri giri, per le strade della campagna. Altre volte ancora la trovo quando esco a ritirare la posta che é indecisa se suonare il campanello o no. Sembra che abbia paura di entrare e trovarmi impegnato in qualcosa che non mi concede il tempo per lei.  A volte sembra che non osi disturbarmi per il timore che io sia in casa con qualcuno che lei non conosce, e se io sono impegnato? se io sto facendo qualcosa di importante? se il bimbo dorme? e se qualcuno pone delle domande su di noi, cosa rispondere? Così rimane in surplace davanti al mio uscio senza trovare il coraggio di entrare. Ma io so, io sento la sua presenza, il suo respiro, il suo fiato corto e indeciso ed allora poso il libro che sto leggendo, rimando qualcosa che può attendere e le apro. Mi accorgo che la mia infanzia teme, che essendo cresciuto, io non abbia più tanto tempo, per intraprendere con ella, quei viaggi fantasiosi che ci portano a rovistare nella memoria per ritrovare il bandolo comune che ci consentirà di riprendere i ricordi di quando eravamo ancora insieme.Oh si che é possibile che a volte succeda di non riuscirci; e quando avviene così, ci avvitiamo spesso in discordanze che non portano a niente. Così, dopo esserci stancati con tentativi di accordarci su un particolare che non concorda, lasciamo cadere la discussione ed io torno alle mie incombenze, che mi riprendono, mentre lei silenziosa si ritira. Spesso però, quelle volte che i nostri fili combaciano, che festa! si torna bambini insieme a ricordar ogni cosa! Lo trovo sempre il tempo per lei, non lo sa che temo che non mi venga più a trovare. Anche solo diradasse le sue visite, la cosa non potrebbe che farmi scontento. Non sa quante volte sono lì che chiudo gli occhi e l'aspetto. Oh no! non è che dormi, é che mi preparo, libero la mia mente affinché lei mi trovi pronto a prendere avido, quello che mi porta. Ah! quante volte cerco di indovinare cosa avrà per me questa volta, dove avrà scovato quello che mi racconterà. Non sa quanto io sia curioso di capire dove va a rovistare per trovare certe cose che io non ricordo più. Certe volte mi sorprende con ricordi che non sembrano affatto miei. Glielo dico, ma lei sorride dolce, ma non cede di un millimetro, quello che mi porta ogni volta é di certo mio.
- Sai cosa ti ho portato stavolta?- mi chiede increspando gli occhi, come se avesse paura che quello che mi dirà, insieme alla gioia, mi possa rendere triste, più fragile.
-Cosa?- le chiedo sapendo che sarà per forza qualcosa un pò dolce e un poco amaro.
- Il profumo della tua terra arata di fresco.- mi dice mentre cerca di scorgere di sottecchi che effetto mi fa.
- e poi ti porto le fuscelle di ricotta fresca di Francesco l'abruzzese, quello che si accampava alla "Posta" durante la sua transumanza-
Ah! l'odore della mia terra arata di fresco...la terra nera che sembrava fumare come un pane caldo, quando al mattino presto, il vomero della francese la rigirava sottosopra...potevi scorgere da lontano i vermi arancione sorpresi e messi a nudo dentro le zolle, ne indovinavo la presenza mentre seguivo l'aratro che il cavallo tirava allegro. Le allodole impazzivano nei loro voli verticali verso il sole e quelle strane discese a picco quasi a schiantarsi a terra, dove invece scendevano dopo aver individuato dall'alto la loro preda fresca. Quei vermi duri e lisci che chiamavamo i "puntaletti", solo per il fatto che li infilavamo nell'amo delle tagliole per catturare gli uccelli. 
- E poi ti ho portato il temperino rosso, te lo ricordavi?-
- Cerrrrto! come potrei dimenticare il mio primo temperino col manico rosso intarsiato di madreperla bianca?- non l'ho mai dimenticato il mio primo temperino. Non lo usavo mai per paura che le sue piccole lame, potessero rompersi per quanto erano delicate. Solo a primavera, quando la corteccia dei salici si staccava quasi da sola dai rami, io intagliavo i miei bastoni, che mettevo a seccare all'ombra. Ero fiero dei miei lavori con la lama piccola. Facevo dei ricami fantasiosi, spesso a spirale, nel ramo dei "lupacchi" degli olivi. Ne intagliavo profonda la buccia in maniera verticale ed orizzontale e poi tiravo via i quadratini di pelle dal ramo verde,ai quali facevo seguire un paio di anelli e poi coriandoli bianchi e verdi che col tempo scurivano virando al marrone.
Spesso facciamo delle passeggiate mentre continuiamo a chiacchierare tra noi. talune volte si ferma incantata davanti a qualcosa che lei non ha mai visto. Un giorno, mentre eravamo per la strada che lega la mia borgata al paese, mi ha chiesto di botto:
 - Cos'é questo?- si era fermata sul tombino, e ci stava ficcando la punta della scarpetta tra le fessure della ghisa.
- E' un tombino! serve a raccogliere l'acqua piovana.- anticipai indovinando la sua domanda successiva.
- e dove la porta? si dove finisce l'acqua che va qua dentro?-
- Al mare, come sempre.-
Non mi chiese più niente,  muta al mio fianco a camminare.
- Ti ho portato anche della carta crespa azzurra-
- Ah si? e che ne dovrei fare?- 
Mi guarda senza rispondere, fa un pò la punta con la bocca come i bambini che non sanno cosa rispondere.
-...la mamma ci faceva l'addobbo al filo della corrente e alla lampadina: la legava ogni tanto, formando come dei palloncini...era il lampadario che avevamo in casa. Ricordo che alla fine, quasi sulla lampadina ci faceva una farfalla...mi piaceva, ma d'estate si attaccavano le mosche e ci lasciavano tanti puntini marroni. Ogni tanto la sostituivano. Mia sorella maggiore aiutava la mamma a metterne su una nuova, mentre la piccola giocava coi ritagli e ci confezionava le vesti alla sua bambola di pezza.-
- Mi dispiace-
- Perchè? é un bel ricordo. Mi ha fatto piacere...-
Rifà la boccuccia a punta, il labbro inferiore più lungo.
- Piuttosto...- le chiedo -... mi piacerebbe sapere da dove arrivavi stavolta. mi fa sempre oiacere da dove arrivi quando mi vieni a trovare, lo sai.-
- Venivo da "Coppe delle rose" da sotto; ai "Casarini", ricordi?-
- Perché stanno arando adesso?-
- Preparano la terra per la semina. Negli uliveti stanno cogliendo le olive. Tra poco il paese sarà inondato dall'odore dell'olio, dal rumore dei "trappiti". Vuoi che ti venga a trovare allora?-
- Si certo.- le rispondo senza voce. So che mi sente. Chiudo gli occhi e vedo i "friscoli", i dischi di filo di canapa che servono a separare e contenere la pasta delle olive molate dalle pietre che girano nella tramoggia. Ne fanno una sorta di torta sotto il peso di legno duro e ferro che viene stretto dal perno della vite senza fine, fino a strizzargli tutto l'olio che contiene. Quando riapro gli occhi, mi accorgo che la mia infanzia se n'è andata in silenzio. Tornerà ancora, torna ogni giorno e, spesso, più volte al giorno.

martedì 20 febbraio 2018

il futuro é passato? N° 2...l'anno Milione

L'anno Milione, non sarà tra un milione di anni, ma é già qui ora e si rinnova giorno per giorno: dall'era digitale, stiamo vivendo nell'anno M (l'anno Milione)
Una volta (e sembra secoli fa) gli scienziati affermavano, che gli esseri umani stavamo usando solo una piccola percentuale del nostro cervello. Questa cosa sembrava farci piacere, perché lasciava intendere che, se con una così piccola percentuale in uso, gli esseri umani erano capaci di fre tante cose, cosa saremmo stati capaci di fare se imparavamo ad usare meglio (e di più) il nostro cerebro? Ammesso che la percentuale del cervello usata fosse davvero quella, oggi é ancora così?
Quando gli esseri umani si muovevano coi cavalli o a piedi,la possibilità di esplorare il mondo intorno a se era limitata alla conoscenza di ciò che li circondava. se un uomo nasceva tra le cime dei monti non poteva immaginare altro che cime innevate e sognare un paio di sci ed altrettano non poteva essere per chi nasceva sui bordi del mare.. Ma oggi noi non conosciamo più solo quello che ci circonda, i nostri paesaggi non sono più popolati di solo le betulle e delle querce, nei nostri pensieri abbiamo inserito i ricordi di come sono fatte le savane ed i baobab, sappiamo che in quei nostri ricordi c'è la coscienza che in quei posti potremmo incontrare leoni e serpenti pericolosi per la nostra sopravvivenza e siamo pronti a scappare se sentiamo un ruggito. I nostri pensieri sono veri, uguali a quelli di chi ci vive li perchè ci siamo immersi per tante volte in quei documentari osservati su oled tv, ascoltanto i suoni con l'home theatre e le sensazioni provate sono pari ad essere li tra le erbe secche mentre un serpente si avvicinava a noi strisciando. Abbiamo assistito in presa diretta, attraverso le telecamere posti sugli sci di un esploratore dei ghiacci canadesi o di un discesista di libera o di slalom, mentre siamo stesi sul divano, cerchiamo di evitare i paletti che delimitano la pista. Abbiamo nei nostri ricordi le immagini delle partenze di tutte le missioni scientifiche, musiche e canzoni in ogni lingua del mondo, abbiamo visto (attraverso immagini virtuali) le cascate del Niagara e attraversato deserti e foreste pluviali. Ormai il nostro cervello non sa più fare distinzione tra il vissuto reale o i ricordi virtuali.e quando incontri qualcuno non sai più se l'hai incontrato su un autobus o in un gioco di ruolo. Oggi sappiamo sparare tutti perchè tutti abbiamo provato ed imparato ad inquadrare un nemico attraverso il mirino di un'arma, dalla prima Atari in poi. Nessuno ha mai collegato la gran facilità con cui oggi in ogni parte del mondo si uccide, con l'apprendistato fatto da ognuno sulla play station o ad un computer, strano vero? Abbiamo ucciso tante volte virtualmente, il nostro nemico che via via ha assunto sempre una definizione migliore,fino ad assomigliare a quel rompiballe del vicino di cui gli avevamo dato il volto, che non so se ci renderemo conto quando spareremo all'originale invece dell'avatar...Faccio acquisti online ormai da anni, non conosco più chi mi vende la merce che ordino, per me é come se la comprassi dall'omino del furgone rosso che me la consegna, ed anche quell'omino mi sembra virtuale, coi loro furgoni tutti dello stesso colore assomigliano a Pat il postino dei cartoni animati. Anche nella vita reale (che io ormai non riesco più a distinguere) mi sembra che io sia ridotto ormai a quel pulcino giapponese che bisognava nutrire per far vivere; mi arriva la pensione sul conto alla posta (denaro che io non vedo e non tocco) faccio acquisti online e pago le mie spese, ed io sto in casa a passare le giornate tra il divano/televisione e microonde/lavastoviglie. In camera da letto c'è un robot che si occupa della polvere e si ricarica da solo, e materassi e cuscini che riprendono la loro forma da soli...Solo in garage mi sembra di tornare,per un poco,umano...quando costruisco un giocattolo al bimbo o un mobile a mia moglie, sego, inchiodo, avvito e scartavetro e vernicio. Allora mi sembra che che non sia cambiato niente; la segatura ha ancora lo stesso profumo...ma la vernice non più...é all'acqua!